Che la storia della Sicilia fosse caratterizzata da un intenso mescolarsi di culture è abbastanza noto. Che lo fosse fin dalle epoche preistoriche, forse, un po’ meno. Sin dal III millennio a.C, molto tempo prima che i greci mettessero piede sulle coste siciliane, l’isola era già crocevia di traffici e di ondate migratorie provenienti da diverse parti del Mediterraneo. Testimonianza di queste complesse mescolanze sono i monumentali dolmen che, intorno a quel periodo, iniziarono a costellare l’intera isola. Le costruzioni in pietra adibite ad uso funerario, comunemente associate all’arcipelago britannico, affascinano ancora oggi sia i siciliani, che spesso ne sconoscono l’esistenza, sia turisti provenienti da ogni parte del mondo, con la loro aura di mistero e solennità che rimanda a culti di stampo matriarcale e collettivo. Sei sono le costruzioni rinvenute sull’isola, due nella parte occidentale e quattro in quella orientale. Vi proponiamo alcune delle più suggestive.  

MONTE BUBBONIA

A pochi passi dall’acropoli greca, il dolmen di Monte Bubbonia è situato sull’omonima collina a nord di Gela. Costruito in pietra calcarea, l’edificio delimita una camera di circa 2,6 metri e, come gli altri dolmen siciliani, ha l’ingresso rivolto verso nord-est. Dalla sua struttura si evince chiaramente come avesse la funzione di tomba: l’estremità posteriore dà direttamente sul pendio del colle, in modo da rendere più agevole il processo di sepoltura.
Sulla sommità del monte sono presenti anche i resti di una cittadella, scoperta originariamente da Paolo Orsi, in cui l’archeologo Pietro Orlandini pensò di riconoscere l’antica città di Maktorion. 

BUTERA

Una necropoli preistorica è stata rinvenuta anche a Butera, nel nisseno, precisamente nel quartiere denominato Piano della fiera. Al suo interno, si erge un dolmen di forma cubica la cui scoperta ha avvalorato l’ipotesi dell’esistenza di insediamenti da epoche ben più remote di quanto la datazione degli altri reperti rinvenuti nell’area suggerirebbero. I resti umani ritrovati all’interno della cista dolmenica hanno inoltre permesso agli studiosi di risalire a riti funebri del tutto peculiari, in cui influenza sicane e greche si incontrano armonicamente. È possibile, dunque, che i coloni ellenici, una volta stabilitisi nell’area, abbiano riutilizzato costruzioni  risalenti ai secoli precedenti.

CAVA DEI SERVI

Assolutamente peculiare è la costruzione preistorica rinvenuta tra i monti Iblei nei pressi della sorgente del fiume Tellesimo. Le pietre che costituiscono il dolmen della Cava dei Servi danno al sito una caratteristica forma ellittica, risultato di un’architettura che prevedeva quattro piastre rettangolari a fare da supporto per i massi superiori, da cui era stata ricavata la copertura della tomba che è oggi rovinata al suolo, lasciando soltanto tre rocce inclinate a formare una “falsa cupola”. Sebbene il ritrovamento di resti umani lasci pochi dubbi rispetto alla funzione svolta dalla costruzione, la presenza nei pressi del dolmen di una necropoli tipica degli usanze funebri della cultura di Castelluccio, che non conosceva l’uso dei dolmen,  ha fatto pensare che la costruzione di Cava dei Servi abbia un’origine diversa, seppur ancora ignota. 

MURA PREGNE

L’ultima delle nostre incursioni nella Sicilia preistorica fa tappa tra le campagne attorno a Termini Imerese, a poco più di un’ora da Palermo. Qui si trova una della più interessanti e meno note aree archeologiche e naturalistiche dell’isola. Accanto a scorci suggestivi come quelli offerti dal Monte San Calogero e dell’imponente Castello di Brucato si trova infatti il complesso di Mura Pregne con il suo dolmen denominato Mura Pregne per la robustezza delle pareti che lo costituiscono. La costruzione, quasi sicuramente destinata ad usi funerari, secondo alcune ipotesi fu eretta da una comunità che abitò l’area tra Termini Imerese e Sciara fino al Medioevo. Raggiungibile affrontando un percorso scosceso tra le alture, il dolmen si presenta finalmente in tutta la sua imponenza, offrendo per di più la vista sulla cosiddetta Grotta del Drago o del Ciclope, così definita perché vi furono ritrovati alcuni tra i fossili più antichi di elefante nano, scambiati appunto per quelli dell’essere mitologico dotato di un solo occhio.  

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