Nadia Terranova:
«Con la scrittura faccio
i conti col passato e
mi libero dalle paure»

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La pluripremiata scrittrice messinese è da poco in libreria col suo nuovo romanzo Addio fantasmi. Un’occasione per interrogarsi insieme a lei sui temi della sua nuova opera e sui motivi della sua letteratura tra battaglia e sopravvivenza

C’è la presenza costante del mare che da una parte accompagna le lunghe passeggiate in città per cercare se stessi, riconoscersi e ritrovarsi. Ma dall’altra spinge più in là nelle acque tra lo Stretto e Reggio, tra un passato nebuloso e un futuro incerto, tra ieri e oggi, tra una bambina adultizzata e un’adulta rimasta ancora bambina. Ci sono capelli che profumano di arance e corpi che sembrano alberi di limoni. Ci sono granite che scandiscono i piccoli momenti di felicità, quelli assaporati dopo lunghi drammi, perché ogni dolore non ha mai una sola faccia. E poi ci sono le scritte nei vecchi Licei e il Viale Annunziata. Insomma, c’è Messina. Tutta.

Dopo il romanzo d’esordio Gli anni al contrario, pubblicato nel 2015 e insignito di numerosi premi tra cui il Brancati e l’americano The Bridge Book Award, la scrittrice siciliana Nadia Terranova è in libreria dallo scorso 25 settembre con Addio fantasmi (Einaudi Stile Libero), tornando con la scrittura e con il cuore nella sua città natale, Messina appunto, che ha lasciato 15 anni fa per trasferirsi a Roma.

LA TRAMA. «Dopo Gli anni al contrario – dichiara la scrittrice – volevo ancora ritornare sul tema della figura paterna ma da una prospettiva nuova: in che modo la sparizione del padre ha danneggiato la vita di una donna?». È questo il fil rouge del romanzo Addio fantasmi, che racconta il viaggio nella memoria della 36enne Ida Laquidara, messinese ma emigrata a Roma, che torna nella sua città natia dopo una telefonata ricevuta dalla madre: il tetto dell’appartamento di famiglia sta crollando. Serve ristrutturare casa e vendere. A Ida il compito di scegliere tra gli oggetti della sua stanza cosa tenere e cosa invece gettare via. Ma ogni oggetto, ogni angolo di quella casa raccontano una perdita, un’ossessione, un dramma: l’assenza del padre sparito quando Ida aveva solo 13 anni, che non è morto, che dopo una lunga depressione, in una mattina qualunque, esce di casa e non torna più. Per Ida rivivere tra quelle mura significa fare i conti con il passato e liberarsi dai suoi fantasmi.

LE RADICI ANCORATE A MESSINA. Poteva ambientarsi in qualsiasi altra città ma è a Messina, luogo da cui è fuggita anni fa, che Nadia Terranova ritorna con la scrittura. E lo fa descrivendo i piccoli dettagli che rendono la città unica ma che non avrebbero la stessa forza narrativa senza questa condizione di scrittrice emigrata. «Negli ultimi anni vissuti a Messina – confessa – non andavo più al mare né mangiavo una granita: tutto mi sembrava così scontato. Ora che vivo lontana ho capito quanto io sia messinese fino alle ossa e quanto siano importanti i piccoli dettagli: una passeggiata in città o un tuffo al mare. Sono proprio questi particolari che custodiscono la bellezza della città e pulsano nel cuore dei siciliani espatriati».

NADIA E IDA A CONFRONTO. A differenza del precedente, il nuovo romanzo non è autobiografico anche se ci sono tanti elementi che intrecciano la vita della protagonista con quella dell’autrice. A partire dalla casa di Messina che ricorda il luogo dove Nadia Terranova ha vissuto da bambina, una scelta voluta perché «uno scrittore deve conoscere bene i luoghi dove si muovono i personaggi altrimenti si rischia di sviluppare una narrazione fluttuante».

Nella testa della scrittrice ben chiari i corridoi, le stanze e persino il perimetro della casa dove la protagonista affronta i suoi fantasmi. Come sono chiare le sensazioni del ritorno a Messina. «Le passeggiate di Ida, il modo in cui guarda il mare e il percorre a piedi il Viale Annunziata sono i rituali del mio rientro a Messina. Con Ida condivido anche le emozioni nel compiere la traversata, uno dei momenti in cui mi sento davvero a casa: tra due mari, tra due terre e al centro, lo Stretto di Messina, che percepisco come il mio luogo», aggiunge.
«Ida però non sono io – precisa la scrittrice -. Anche se ho dato tanto di me perché volevo un personaggio con cui stare comoda e narrare ciò che avevo dentro, poterlo trasformare e saccheggiare davvero. Volevo liberarmi».

AI SOPRAVVISSUTI. Ma come liberarsi invece dai fantasmi del passato? Sopravvivere. La vera liberazione è non sentirsi soli in questo dolore. Avere piena coscienza che tutti combattiamo una battaglia. «Il mio libro è dedicato a Ida e a tutti i personaggi del romanzo. Ai lettori e a chiunque abbia dentro una lacerazione. Ai sopravvissuti», afferma. Dopo aver scoperto che ogni personaggio del libro custodisce una ferita intima, Ida si libera finalmente della vecchia scatola rossa che contiene alcuni oggetti legati alla figura del padre.

«La presenza della scatola rossa – conclude l’autrice – tocca una delle mie più grandi passioni: la letteratura per ragazzi. Nelle favole i bambini crescono troppo in fretta e gli adulti sono invece eterni bambini. Anche Ida da piccola è adultizzata dal rapporto con la madre, che addossa alla figlia la responsabilità di accudire il padre depresso. Ho scelto di utilizzare la scatola rossa come simbolo liberatorio perché nelle favole rappresenta il talismano, qualcosa di misterioso ma che funge da guida. Questa storia per quanto triste, ossessiva e drammatica è anche una favola. C’è comunque un sollievo».

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