«Io ho incontrato Rosa Balistreri a Firenze, in casa di un pittore mio amico. Quella sera Rosa cantò il lamento della morte di Turiddu Carnivali che è un mio poemetto. Quella sera non la dimenticherò mai. La voce di Rosa, il suo canto strozzato, drammatico, angosciato, pareva che venissero dalla terra arsa della Sicilia. Ho avuto l’impressione di averla conosciuta sempre, di averla vista nascere e sentita per tutta la vita: bambina, scalza, povera, donna, madre, perché Rosa Balistreri è un personaggio favoloso, direi un dramma, un romanzo, un film senza autore».

Così Ignazio Buttitta ricordava il folgorante incontro con Rosa Balistreri. «Io non mi sento una cantante», si schermiva lei. «Io sono una donna del popolo, una donna di tutta la Sicilia». La “cantatrice del Sud”, una delle prima cantautrici italiane, era davvero l’anima della Sicilia, non a caso paragonata ad Amalia Rodrigues, l’“alma do fado”. Ma se l’artista portoghese è ancora oggi venerata nel suo Paese, Rosa Balistreri non ha mai ricevuto nella sua terra gli stessi onori e riconoscimenti. Né quando era in vita, né dopo la sua morte. 

Fu Carmen Consoli a riscoprirla, il 31 maggio 2008 in piazza Università a Catania, con un evento che ebbe un’eco nazionale

La pasionaria di Licata, la donna con la chitarra che non voleva ridurre la sua terra allo stereotipo di Vitti ‘na crozza, la folksinger cara all’intellighenzia siciliana e a Dario Fo, fu un personaggio scomodo per l’establishment (che le chiuse le porte del Festival di Sanremo) e, alla lunga, persino per il Partito comunista isolano, al cui fianco aveva a lungo combattuto. Morì a Palermo il 20 settembre 1990 in miseria o quasi. È sepolta nel cimitero fiorentino di Trespiano. E fino a una dozzina di anni fa pochi si ricordavano di lei.

Fu Carmen Consoli a riscoprirla con un evento che ebbe un’eco nazionale: il 31 maggio 2008, in piazza Università a Catania, la “cantantessa” riunì sul palco dieci primedonne della scena musicale italiana per cantare le canzoni di Rosa a una terra ca nun sente. Quella sera la Sicilia, e non solo, ascoltò. Due anni dopo, per il ventennale della morte, il regista Nello Correale volle raccontare la cantatrice nel documentario La voce di Rosa, nel quale «la immagino come una straordinaria blues woman, una donna che dà voce ad un sentimento che ti arriva dritto in faccia». Il documentario vede protagonista Donatella Finocchiaro, che interpreta sé stessa alle prese con la realizzazione di uno spettacolo dedicato alla folksinger. Successivamente, nel 2017, esce il docu-film Rosa Balistreri – un film senza autore di Marta La Licata, con la regia di Fedora Sasso, con la pubblicazione di alcuni inediti e le testimonianze e l’omaggio di molti intellettuali che con lei collaborarono, fra i quali Andrea Camilleri, Leo Gullotta, Otello Profazio e Gianni Belfiore. Fu proprio il paroliere di Julio Iglesias a lanciare la cantante di Licata. Dalla collaborazione con Belfiore sarebbe nati Amuri senza amuri, uno dei classici di Rosa Balistreri, A riti e Il viaggio, in cui Belfiore adattò una novella di Pirandello e dalla quale è stato tratto l’omonimo film con Richard Burton e Sophia Loren.

Nessuna sorpresa se nel trentennale della morte le iniziative per ricordarla restano generiche, sporadiche, affidate spesso all’intraprendenza dei privati

«Con Rosa siamo andati avanti lacrime e sangue» ricorda Belfiore. «Con lei ho lavorato tre anni. “Come scrivi tu per me neanche Ignazio Buttitta”, mi ripeteva. Tra di noi c’era una trasmissione di pensiero. Veniva dalla povertà, dalla fame, aveva voglia di riscatto. Purtroppo, a sostenerla erano solo i professori di Palermo, Renato Guttuso, la moglie di Berlinguer. Quando si trovava senza soldi andava a bussare alla bottega di Guttuso e lui le regalava un disegno che poi Rosa vendeva per poter mangiare. Rosa era un talento unico al mondo. La sua maniera di cantare, la modulazione della voce, erano modernissime. È stata la nostra Amalia Rodrigues. Già allora nessuno la voleva».

Soltanto due anni fa, nel 2018, la Regione Sicilia “scopre” la “donna di Licata”, il cui nome viene iscritto nel “Registro delle Eredità immateriali della Sicilia – Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”. Rosa Balistreri diventa patrimonio culturale siciliano. Ventotto anni dopo la sua scomparsa. Quindi, nessuna sorpresa se nel trentennale della morte le iniziative per ricordarla restano generiche, sporadiche, spontanee, affidate spesso all’intraprendenza dei privati. Il finanziamento regionale di 579.500,00 euro, piuttosto che all’offensivo show Devotion: Racconto di un amore per la Sicilia e le sue eccellenze, che Dolce & Gabbana hanno portato in giro per l’Isola, poteva essere destinato a mettere in scena un musical su Rosa Balistreri. Ma la Sicilia, come racconta la storia, è pronta a offrirsi ai nuovi conquistadores – dalla Lega ai grandi stilisti – dimenticando il passato. Se non banalizzandolo, con le tante pseudo parenti o seguaci, o sfregiandolo, come quel baffo che ha imbrattato il murale dedicato a Rosa Balistreri a Licata. In compenso, c’è chi, straniero in Sicilia, come Thom Yorke dei Radiohead, ascolta e rilancia le canzoni della “donna del popolo”.

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