Ricordate la battuta coniata dallo scrittore siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quel famosissimo «se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi» che ha battezzato il fenomeno chiamato “gattopardismo”? Bene, dimenticatela. A Palma di Montechiaro, il paese del Gattopardo, non è cambiato nulla. E tutto è rimasto com’era. Anzi, è peggiorato.

Ph. Giuseppe Attardi

Quando si digita “Palma di Montechiaro” sul motore di ricerca di Google, la prima notizia ad apparire è quella di un agricoltore pregiudicato gambizzato, che riporta alla mente storie di mafia, che in questo comune dell’Agrigentino l’ha sempre fatta da padrona e continua a farlo. «Rendetevi conto che a Favara, a Palma di Montechiaro, ci sono tante persone che si sentono mafiose, perché è proprio la cultura… sono piccole famiglie, con un loro quartiere, un loro bar dove stanno, dove mangiano insieme», disse il pentito Maurizio Di Gati davanti ai pm di Palermo allargando le braccia. Insomma, mafiosi che non sono mafiosi, boss che non sono Cosa nostra, e neanche Stidda, la seconda mafia. Sono “famighiedde”, spiega Di Gati: «Si chiamano “paraccari”».

Tranne la zona del camposanto, tutto il paese sembra disabitato. Le uniche a mantenere aperta la porta sono le suore di clausura del Monastero

Camminando per le strette strade del centro storico, s’intravedono i fasti del passato. Palazzi nobiliari, chiese monumentali. In abbandono i primi, chiuse le seconde, fortunatamente salvaguardate dall’evidente opera dell’Arcidiocesi ancora in corso. È una Via Crucis dolorosa nella Bellezza sfregiata, accerchiata, minacciata da una edilizia popolare moderna, aggressiva e anonima. Abusiva, in gran parte dei casi. A Palma di Montechiaro l’illegalità è talmente diffusa da essere diventata un fenomeno capillare. Qui la media pro capite di abusi edilizi scoperti, e sottolineiamo scoperti, è di quasi 11 metri cubi a testa. Molte case sono disabitate e fatiscenti. Facciate con balconi sventrati, finestre sbarrate. Gli edifici più moderni sono senza intonaco, con i mattoni forati scoperti. E qualche animale ancora abita i bassi o i garage.

Il Monastero delle Benedettine | Ph. Giuseppe Attardi

Sembra un paese addormentato o fantasma. E non per il lockdown al quale più volte Palma di Montechiaro è stata costretta a causa dei numeri del contagio e per il fatto che è molto indietro nelle vaccinazioni. È festa. È un lunedì Primo novembre, il giorno di Ognissanti, e molta gente si è recata al cimitero anticipando la successiva giornata della commemorazione dei defunti. Ma, tranne nella zona del camposanto, dove si scorge un po’ di movimento di persone, tutto il resto del paese sembra disabitato. Strade vuote, negozi chiusi, bar con le saracinesche abbassate, nessuna traccia di ristoranti, nessun odore del pranzo della domenica dalle finestre. Eppure, Palma di Montechiaro ha tesori come il Monastero delle Benedettine, la scalinata della Chiesa Madre, Palazzo degli Scolopi, il Castello Chiaramontano, il Calvario che si erge severo e maestoso sull’omonima collina, accanto ai resti della Chiesa di Santa Maria della Luce. Attrazioni che potrebbero richiamare un turismo culturale per rilanciare l’economia del paese e frenare l’emigrazione. In tanti, soprattutto giovani, sono fuggiti e continuano a scappare: quasi 11mila palmesi sono residenti all’estero sui 21.360 abitanti dell’ultimo censimento.

Una suora del Monastero delle Benedettine | Ph. Giuseppe Attardi

Quei pochi turisti che si avventurano in questo paese poco ospitale vagano a zonzo nel centro storico in cerca di indicazioni. Sbalorditi dagli edifici in rovina, incapaci di spiegarsi questo stato di abbandono e di chiusura. Le uniche a mantenere aperta la porta sono le suore di clausura del Monastero. Le uniche a rispondere allo sparuto gruppo di visitatori, alcuni giunti dall’Emilia Romagna, che avevano approfittato del “Ponte dei Defunti” per vedere il paese reso famoso dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e, più recentemente, dallo chef Carlo Cracco che qui è venuto nella puntata siciliana della trasmissione “Dinner club” di Prime Time Amazon tv. «Siamo rimaste in tre e oggi sono sola», sbuffa la suora che apre la porta, chissà se parente della Crocifissa, una mistica beatificata in Vaticano della famiglia Tomasi, di cui restano in convento (accanto ai cilici e alle reliquie) le missive in lingue sconosciute che si sarebbe scambiata con Satana in persona e la pietra con cui il demonio tentò di eliminarla. «C’è una guida che accompagna i visitatori nel monastero, ma non è voluta venire. Così oggi niente visite». Soltanto gli squisiti biscotti, «fatti tutti di mandorle, senza farine», che hanno richiamato l’ex giudice di Masterchef. I “ricci del Gattopardo”, ricciarelli, muccuneddi, paste nuove, pasta reale col cedro, torrone morbido con mandorle e pistacchio. Un tripudio di bontà, dolcezza e spiritualità che esce dalle mani sapienti delle tre monache impegnate in cucina. «La preparazione avviene ogni settimana e poi li vendiamo a chi viene a trovarci, consegnando i vassoi tramite la ruota che ci consente anche di ricevere i doni delle persone».

Davvero “beate”. È l’unico sorriso in un paese nel quale sembrano concentrarsi tutti i mali atavici della Sicilia e dove il cambiamento non c’è mai stato.

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