Niente è più forte del coraggio di una madre: l’insegnamento e la lotta di Felicia Impastato

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Ricorre oggi l’anniversario dell’omicidio del giovane giornalista di Cinisi. Attraverso la fiction Rai a lei dedicata nel 2016, ripercorriamo l’impegno e la caparbietà di una donna straordinaria, tra le pioniere della lotta alla mafia

«Iu zitta non ci sto. Iu a me figghiu lo difendo». Felicia Bartolotta Impastato lo ha gridato per tutta la vita. Nell’anniversario dell’assassinio del figlio Peppino, avvenuto il 9 maggio 1978, le sue coraggiose parole colpiscono con forza ancora maggiore. La sua lotta contro la mafia rivive nella fiction del 2016 a lei dedicata diretta da Gianfranco Albano, con l’interpretazione di Lunetta Savino, e oggi disponibile sulla piattaforma RaiPlay.

LA MAFIA IN CASA. «Me maritu era amico dei mafiusi e me figghiu contro la mafia. Me maritu lo buttava fuori di casa, e io, di nascosto, u facìa rientrare». Quella di Felicia è stata una figura femminile forte, che pur avendo trascorso tutta la vita in un ambiente soffocante e omertoso non è mai scesa a compromessi con esso. Ad unirla a Peppino, non solo l’amore di madre, ma la comune convinzione che «la mafia uccide e il silenzio pure». In questo senso, è emblematica la scena del film in cui, tempo dopo la morte del figlio, Felicia orgogliosa porta in strada una radio che trasmette la registrazione di una delle invettive di Peppino. Gli abitanti di Cinisi chiudono le porte per non ascoltare mentre lei ride soddisfatta.

«Non vedo l’ora di entrare in quell’aula. È da quando è morto me figghiu che aspetto quel momento. Non ho paura»

L’ASSASSINIO. L’uccisione di Peppino Impastato è avvenuta otto mesi dopo la morte del padre Luigi, il quale proprio perché colluso con la malavita del paese si frappose tra quest’ultima e il figlio. Il giornalista fu massacrato e posto, senza vita, sui binari della ferrovia. A Felicia fu consegnato solo un brandello del corpo: «Un sacchetto, solo questo mi rimase, non un piede, una mano». La stampa parlò dapprima di un attentato terroristico rivelatosi fatale per l’attentatore, e successivamente di un suicidio. Convinta che la mafia andasse combattuta «con le parole, non con le pistole», questa madre coraggiosa chiese a gran voce giustizia e non vendetta. Ed è per questo che, nonostante si trovasse ancora in un contesto nel quale a comandare era Gaetano Badalamenti, senza alcun indugio si presentò al processo contro i responsabili del delitto come parte civile: «Non vedo l’ora di entrare in quell’aula. È da quando è morto me figghiu che aspetto quel momento. Non ho paura».

IL PROCESSO. Felicia non si è mai piegata, né fermata. Non lo ha fatto quando il caso è stato archiviato – nel 1984 e successivamente nel 1992 – e nemmeno di fronte alla connivenza della società. Sapeva bene quale fosse la verità. Una verità storica che con estrema difficoltà è potuta divenire realtà giudiziaria, grazie al lavoro di magistrati come Rocco Chinnici, Antonio Caponnetto e Franca Imbergamo. Nel 1987 Badalamenti fu condannato per il crimine che lo stesso Peppino aveva denunciato alla radio: “Pizza Connection”, un importante traffico di droga. Dopo 24 anni, l’11 aprile 2002, fu dichiarato colpevole dell’omicidio di Giuseppe Impastato. «Ve l’avevo detto che questo giorno veniva» è il commento soddisfatto di Felicia nello sceneggiato.

L’abitazione di Corso Umberto I 220 a Cinisi, è oggi conosciuta come “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”

LA MEMORIA.  «La casa di Peppino Impastato è aperta. Chi vuole sapere chi era e picchì muriu, veni ca e ce lo dico io». Negli anni successivi, e fino alla sua morte avvenuta nel dicembre 2004, Felicia è stata mossa dall’instancabile desiderio di tramandare la memoria del figlio e il valore dell’impegno contro la mafia. Anche adesso, anni dopo la sua scomparsa, l’impegno profuso in vita continua a dare dei frutti: l’abitazione di Corso Umberto I 220 a Cinisi, è oggi conosciuta come “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”.

Lunetta Savino interpreta Felicia Impastato
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