Il link per collegarsi all’assemblea d’Istituto tarda a essere comunicato e così formulo la domanda più scontata col tono meno formale che mi riesce: «Ragazzi, come state?». Nella mia quinta liceo il brusio lascia spazio a un silenzio attento. Sono sorpreso. Il giorno prima aveva inviato sulla chat della classe l’articolo del professore Alfonso Ruggiero pubblicato su queste pagine, nel quale si mette a tema “la fatica del ritorno alla socialità in classe”.

C’è un grido tra i banchi che non riesco a sentire dalla mia cattedra? Che non sento perché soffocato, non dalle mascherine, ma dall’ansia di una normalità che non tiene conto di ciò che abbiamo vissuto?

«Prof, siamo cambiati» afferma Paola dando voce ad una coscienza comune. «Io sono cambiata. Mi capita di prepararmi per uscire e poi, quando sono pronta, dico: “No, non esco. Un’altra volta”. In pochi se ne accorgono e, infatti, sto riconsiderando le mie amicizie».

«Si. Mi accade la stessa cosa – conferma Federica – ma non è paura del Covid. In fondo – penso – Finora me la sono cavata: basta stare attenti, tenere la mascherina, igienizzare le mani. Quello che manca è la spensieratezza». Cosa intende? Scopro che non si tratta affatto di superficialità. È come se sulla vita incombessero costantemente le nuvole cupe di mille pensieri contrastanti che impediscono di vedere il sole. Meglio restare al sicuro nella propria comfort zone, avesse pure il diametro di un buco.

Neanche Mattia è il tipo da temere di affrontare la realtà, il fisico e la struttura mentale lo rendono tetragono agli imprevisti, almeno fino a ora. «Io non so dire cos’è – ammette –  ma certamente è cambiato qualcosa in me. Non è paura. Manca quell’entusiasmo, quella voglia di fare. Anche i miei genitori li vedo cambiati. Su certe cose sono rigidissimi, su altre lasciano correre quasi non volessero affrontarle. Manca l’equilibrio».

La sensibilità spiccata di Roberta la rende capace di lanciarsi con furore nella mischia della battaglia o di intenerirsi al solo pensiero di un’ingiustizia dall’altro capo del mondo. «Non esco da mesi. È come se mi sentissi abbandonata. Mi sento stanca. Resto a casa». “Abbandonata”, ecco un’altra parola che buca la coltre delle cose che credo di sapere.

Giulia mi guarda dritto negli occhi. È un segno inequivocabile che ha da dire, ma non il coraggio di prendere la parola. Lo riconosco quello sguardo; mi sono allenato in mille ricognizioni alla ricerca dei loro occhi prima dell’interrogazione. Al ritorno a scuola mi sono accorto che è cambiata. Ha sciolto i capelli e non teme di mostrare i suoi splendidi disegni.

«Giulia, tu che dici?» «Anche io mi sento stanca» esordisce «Appena un mese e mezzo di scuola sembra durato più di un quadrimestre intero. Anche io mi sentivo come è stato descritto, però era cominciato già prima della pandemia, del lockdown e di tutto il resto. Non avevo voglia né di uscire né di fare niente. Poi, questa estate, ho stretto amicizia con una ragazza. Ho iniziato a uscire. Ed ero contenta».

Giulia ha ricominciato a vivere, giorno per giorno aspettandosi qualcosa. Qualcuno, una persona realmente amica, le ha fatto vedere che c’è qualcosa di bello oltre l’orizzonte delle sicurezze che si è costruita.

Già – dico a me stesso e a loro –  per affrontare il mare aperto della vita serve una compagnia. Qualcuno che ascolti il nostro grido e, invitandoci a una passeggiata serale, proponendoci un testo da leggere, un autore da incontrare, ci dica: “Guarda, vieni a vedere: qui c’è qualcosa per te”.

E io che faccio il mestiere dell’insegnante, ho ancora il tempo per ascoltare; qualcosa di bello da indicare? «Prof, hanno inviato il link», «Bene». Chissà se ci manterrà connessi con il barlume di verità e di bellezza appena ascoltata ed intravista.

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