Questo contributo è parte di un dibattito scaturito dalla pubblicazione di una lettera aperta del rettore dell’Università di Catania, all’indomani di un tragico evento che ha coinvolto uno studente dell’Ateneo. In questo 2020 i più fragili tra di noi,  dentro e fuori il contesto universitario, rischiano di perdere la speranza nel futuro. Da dove ripartire?

I lettori possono intervenire con le loro lettere, che verranno pubblicate sul nostro sito, inviandole all’indirizzo redazione@sicilianpost.it

L’appassionata lettera con cui il Rettore Francesco Priolo invita studenti e docenti a ritrovare le ragioni per uscire dall’indifferenza e dalla paura e le reazioni pubblicate su questo giornale mi hanno indotto a ripensare al corso che tengo da alcuni anni al Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania.

Nei periodi di grave crisi, come quello che stiamo vivendo a causa del Covid-19, “sono i più deboli – come ci ricorda il Rettore – a pagare il prezzo più alto”; un prezzo che si traduce in solitudine, emarginazione sociale e, talora, nella perdita della vita stessa per colpa del virus o – come è accaduto di recente a Catania – di mancanza di speranza.

Sono e resto un giornalista “prestato” all’Università per comunicare agli allievi la passione di osservare il reale e la disponibilità a imparare da esso. Ma gli ultimi eventi e la lettera del Rettore mi dicono che non è sufficiente che io mi limiti a trasmettere il mio sapere nel campo della comunicazione o alcune tecniche giornalistiche. Sono chiamato piuttosto a continuare con più consapevolezza a prendermi cura dei miei studenti, uno per uno. Solo così sarà possibile – come ci chiede il Rettore – “rilanciare il significato della nostra missione” e “comunicare e saper entrare nel mondo di questi giovani”.

Questa disposizione a “prendersi cura di” può sembrare a prima vista una incombenza ulteriore rispetto ai gravosi obblighi a cui ciascun docente è già sottoposto. In realtà questa apertura degli occhi e del cuore ai giovani che seguono le mie lezioni o partecipano alle sedute di esame (anche se per ora tutto a distanza) o che chiedono un tirocinio in azienda risulta essere anzitutto un allargamento dell’orizzonte della mia stessa vita. Ciò non appena perché il rapporto educativo con gli studenti mi rimette continuamente in gioco nell’esplorazione di aspetti della realtà per me prima ignoti, ma soprattutto perché mi fa scoprire che quanto più sono attento agli altri, in questo caso allievi e colleghi, tanto più crescono la mia umanità e la mia passione nel lavoro.

Accompagnare gli allievi nel cammino della vita universitaria o verso uno sbocco lavorativo e lasciarmi mettere in questione dalle loro domande più profonde a volte genera frutti inaspettati, come la storia stessa del Sicilian Post documenta. Questi motivi mi portano a ringraziare il Rettore per la sua Lettera aperta e mi auguro che il dialogo che essa sta favorendo fra docenti e studenti diventi fra sempre più profondo e leale.


Il dibattito:

La fragilità al tempo della pandemia e la lettera aperta del rettore Priolo

Francesco Riggi: di fronte alla tragedia rilanciare l’Università come luogo di alleanza tra le generazioni

Lorenzo Rapisarda: solo i rapporti umani autentici ci sottraggono alla disperazione

Elena Ardita: Saper condividere può fare la differenza: solo così nessuno rimarrà indietro

Giuseppe Di Fazio: Insegnare non basta, dobbiamo prenderci cura dei nostri studenti

Alfonso Ruggiero: Vivere l’istante per costruire il futuro: la grande scommessa a cui siamo chiamati


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