Da quasi tutta la vita mi chiedo: perché? Perché visitare una città così ben collegata alla mia, e compiere un gesto così comune come viaggiare, deve continuare a legarsi all’impossibile?

Dovevo visitare Parigi in gita al liceo, ma i prezzi erano troppo alti e avevamo virato su Praga. Sarei voluta andare in gruppo durante un Erasmus in Francia, ma l’attentato al Bataclan di un mese prima ha poi scoraggiato la nostra prenotazione.

Sono passati tanti anni dalla prima volta in cui ci ho provato, e ben sedici da quando ho iniziato a studiare francese. Ora ho una doppia laurea in quella lingua, cultura e traduzione, e la Francia è stata al centro dei miei lavori da quando ero ancora minorenne.

Eppure, Parigi resta là e io qua. Un mondo chiuso e privo di finestre, come una monade di Leibniz.

Quest’estate ho partecipato a un bando che offriva l’occasione di passare lì due mesi con borsa di studio, e credevo fosse la volta buona. Invece non è andata, e l’orizzonte è rimasto lontano e intangibile ancora per un po’. A quel punto, però, mi è sembrato di vederci più chiaro. Di ipotizzare una nuova e sciocca teoria, ma troppo poetica per resistere al suo richiamo.

Probabilmente avrei prima dovuto leggere almeno un libro su di lei, dopo il mio rifiuto atavico: documentari, canzoni, poesie, opere d’arte, dépliant, guide d’autore… Andava tutto bene, purché non fosse un vero e proprio libro ambientato lì. Vai a capire perché (il perché, forse, è che non volevo sovrapporre al mio un immaginario troppo forte, troppo pregnante, e scusate se del mio ero tanto gelosa).

Allora ho colto al volo l’occasione di spulciare un breve saggio pubblicato da Giulio Perrone Editore, dal titolo A Parigi. Da Hemingway a Cortázar, di Nicola Ravera Rafele: un viaggio sentimentale e letterario fra luoghi, epoche e suggestioni, che oscilla fra la cronaca e la poesia, e si fa masticare piano e con gusto come una madeleine.

Per scaramanzia, mi sono detta allora, leggerò tutto tranne l’ultimo capitolo. Quello lo sfoglierò quando sarò finalmente sul posto, come a suggellare una promessa lunga una vita. Ebbene, la selezione non è andata a buon fine e io sono rimasta dov’ero, con il mio elenco di luoghi da vedere su un post-it e un volumetto da finire sul comodino, che già aveva riempito la mia stanza di targhe, locali, giardini e vicoletti fatti di parole piene.

Adesso, mentre scrivo, sono entrata per l’ennesima volta nella dimensione semionirica della preparazione di un viaggio fino a lì. La partenza è imminente, decisa e pianificata in ogni dettaglio. Ci voleva un amore di coppia fresco e intenso per riprovare a spezzare l’incantesimo, ma io finché non vedo non credo. Anzi: finché non leggo, non credo.

Ho ripreso fra le mani “A Parigi”, sono tornata al suo ultimo capitolo. Mi sono detta che forse, per renderlo possibile, era questo a volerci: il potere della lettura, il libro giusto a cui affidarsi, come spesso accade nella vita per decine di altri motivi.

Il fatidico capitolo, d’altronde, si chiama “Futuro”. È uno dei più brevi e a me sembra ora una sorta di amuleto, che arriva dopo una passeggiata mitologica, larghi giardini, pagine d’autore. Da est di Montmartre ai cimiteri, dal Marais al canale Saint-Martin, musiche e storie di rara intelligenza e delicatezza mi hanno presa per mano e adesso mi chiedono di chiudere questo cerchio, di affidarmi a carta e inchiostro se davvero voglio lasciarmi alle spalle la domanda di una vita.

E così «io, io immagino questa Parigi di domani, costruita nello spazio che ora ci appartiene e in cui il cemento grezzo, il vetro, l’acciaio e forse altri materiali ancora sconosciuti, saranno gli elementi di una bellezza infinita». La immagino a un passo dal fatidico decollo, lungo l’ultima riga di testo che ho davanti. E aspetto.

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