– Borrelli, dite la lezione.
– Non l’ho imparata, professore – rispose costei, levandosi tranquillamente e sorridendo.
– E perché?
– Perché non un pappagallo, io, da imparare tutto un brano del Passavanti a memoria.
– Così vogliono i programmi.
– Quello che ha fatto i programmi, era dunque un pappagallo. E poi, scusi, professore, io non so chi questo signor Passavanti e in che epoca sia vissuto e che abbia scritto. Se mi favorisce queste spiegazioni, io imparerò il brano.
Questa volta Radente agrottò un poco le sopracciglia bionde, era il massimo della collera in lui: la Borrelli, colla sua improntitudine, lo coglieva quasi sempre in difetto d’ignoranza. Questa ragazza intelligente e insolente, discuteva sempre un quarto d’ora, prima di voler dire la lezione: egli tacque, mise lo zero nel registro e promise di parlarne al direttore. L’alunna sedette soddisfatta, perché almeno il suo zero se l’era guadagnato.


Matilde Serao

Sono certo che non se la prenderanno i colleghi insegnanti se affermo che la studentessa Borrelli esprime una “santa insolenza”, persino necessaria per dare un senso a ciò che spieghiamo e desideriamo che gli studenti conoscano. Che risponda a tono al docente è eccessivo, qualcuno dirà, anzi va davvero mandata dal direttore al dire di altri; ma non è forse questa capacità di confronto e di parola, di riflessione e di senso critico che la scuola dovrebbe sempre suscitare? La memoria va esercitata e gli anni scolastici sono un’ottima palestra, ma nulla resta nella memoria se non appassionante, non è motivato, non ha un senso per quel tempo dello studio e della vita. La Borrelli chiede solo spiegazioni ed ha ragione, poi sui modi si può discutere; tuttavia sono migliori le modalità comunicative e didattiche del prof. Radente? Chi è o dovrebbe essere l’adulto e l’educatore tra i due? A chi dare davvero uno zero guadagnato?

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