Foglie di menta o di nipitella per disinfettare le mani, salvia per pulire il cavo orale e infusi di timo per alleviare il mal di gola. Sono solo alcune delle specie vegetali commestibili e salutari, che la fitoalimurgia chiama anche “piante della necessità” e che, in Sicilia, si trovano passeggiando per campagne e boschi poco fuori dai centri urbani.

SAGGEZZA POPOLARE. «In tutta la Sicilia sono 200 le piante che si possono mangiare e da cui deriva la cucina della campagna, o della necessità – spiega l’etnoantropologo Paolino Uccello – ricche di benefici per l’uomo come sapevano bene i nostri avi. Si trovano facilmente nei nostri territori e riconoscerle è molto semplice: in questo periodo, per esempio, si può raccogliere il finocchietto selvatico che cresce spontaneamente in campagna e che ha ottime proprietà digestive. Non a caso veniva usato nelle zuppe di legumi ed era tipico del periodo di San Giuseppe quando mangiare i legumi della stagione vecchia era di buon auspicio». Anche la borragine ha benefici antinfiammatori e viene ancora usata nelle zuppe con le fave o, ancora, per i suffumigi che aiutano a liberare naso e gola. «Nei musei etnoantropologici non si trovano forchette – spiega Uccello – ma solo cucchiai perché la cucina di un tempo era fatta di zuppe, di minestre, sfruttando le proprietà di piante e legumi locali».

Foglie di senape

TRA CIBO E RITI D’AMORE. Un cibo prelibato era preparato con le pale (i cladodi) del fico d’India che, in questo periodo, sono “giovani”: «Venivano pulite e fritte con prezzemolo aglio o cipolla ed erano una delizia, ancora oggi sono un piatto delizioso. Le pale contengono molte mucillagine e hanno proprietà cicatrizzanti, quindi utili per chi soffre di gastrite». Tipica di questo periodo è una verdura che cresce spontaneamente in tutta la Sicilia: la senape (o sinapa in dialetto). Può essere bianca o nera e nel sudest sono prelibate le foglie “amareddi”: con questa verdura è possibile preparare pasta e frittate. «Come la borragine – conferma l’etnoantropologo – la senape è un ottimo sudorifero ed è utile in caso di febbre perché, appunto, aiuta la sudorazione». Uccello racconta anche che un tempo la borragine era usata per preparare filtri d’amore come i fiori della viola con cui ci si strofinava le mani, cantando una nenia, per far innamorare chi non ricambiava. «Il dolce che mangiavano gli antichi a fine pasto erano proprio i fiori della violetta selvatica – aggiunge – e ancora oggi si trova facilmente nelle zone umide, lungo i corsi d’acqua e nei boschi di tutta la Sicilia. Vengono glassati e si usano per preparare caramelle».

Fiori di violetta selvatica

IL PASTO DEGLI DÈI. Comune era anche la macaluca, che è l’asfodelo luteo: una pianta cara ai greci e dedicata agli dei, che il mito lega a Demetra intenta a raccoglierlo nell’ennese. «Una vera prelibatezza – sottolinea Uccello – perché dura pochissimo, una settimana: il gambo si raccoglie prima della fioritura e si prepara con mollica e concentrato di salsa al forno, in frittata o con la pasta. Un piatto che noi siciliani abbiamo proposto all’Expo e che ha incontrato il favore dei giapponesi». Le sue proprietà sono dimagranti e disintossicanti. Prelibatezza sono anche le frittate preparate con gli asparagi che si trovano facilmente per le campagne dell’Isola e mentre sono più romantici i fiori di sambuco con cui, specie nella zona centrale, si decora ancora oggi il pane chiamato “pane con le stelle” considerato più digeribile per i bambini. Il succo delle sue bacche, invece, è utile per liberare le vie respiratorie.

«Una curiosità, infine, è poi il caccialepre – conclude Paolino Uccello – che un tempo era conosciuta soprattutto nei periodi di carestia e che oggi torna di moda tra chi non può mangiare il formaggio: è l’unica pianta in natura che ha il sapore del caciocavallo. Una prelibatezza».

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