Sicilia e non solo: uno specchio sul mondo chiamato Sicilitudine

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Al via la nostra rubrica sugli autori isolani e la loro visione del mondo. Un viaggio tra stradine arroventate e campagne selvagge, tra illusioni di rinascita e disincanto del fallimento, tra fughe e ritorni

Nel suo saggio Come si può essere siciliani, sul finire degli anni ’80, Leonardo Sciascia si faceva promotore di un’idea degli abitanti isolani curiosamente dualistica: divisi tra calorosa ospitalità ed ancestrale diffidenza, tra solarità ed inquietudine, secondo lo scrittore di Racalmuto i siciliani sono il risultato dei processi e delle ferite storiche subiti nel corso dei secoli. Una condizione storica che si è tramutata in un disagio esistenziale: così, ad esempio, quella che una volta si configurava come paura dei popoli invasori, adesso ha la forma di una sfiducia radicata verso la politica e in generale verso i governanti. Se aggiungiamo, poi, quell’ambivalente sentimento verso la propria terra natìa, percepita come una madre premurosa da cui è sempre possibile tornare e, al tempo stesso, come una soffocante compagna di vita da cui si cerca spesso di fuggire, possiamo giungere a quella categoria resa celebre proprio da Sciascia e che, racchiudendo queste e numerose altre contraddizioni dell’essenza siciliana, può a buon titolo rappresentare il punto di partenza della nostra rubrica: Sicilitudine, che, non a caso, condivide il suffiso –itudine con parole come gratitudine e solitudine.

È proprio per la sua contraddittorietà e le sue verità nascoste, troppe volte ingarbugliate e parziali, che, tramite il filtro letterario della Sicilitudine, gli autori isolani hanno fatto della Sicilia un punto di vista privilegiato, una metafora del mondo stesso che aprisse un varco su vasti orizzonti e che, prendendo spunto da fatti talvolta, e apparentemente, di piccolo rango, proiettasse ad un’analisi più profonda e lungimirante, sia in chiave locale che universale. Del resto, nel 1979, mettendo nero su bianco un’intervista da lui rilasciata alla giornalista francese Marcelle Padovani, Sciascia intitolò quello scritto “La Sicilia come metafora”; lo stesso Sciascia che, una volta, affermò che tanto più è angusto il luogo dove uno scrittore si trova a vivere, tanto più potrà sperare di raggiungere l’universalità. E quale terra, per questa operazione letteraria, poteva risultare più adatta della Sicilia, circondata com’è dal mare e separata, seppur per pochissimo, dall’intera Penisola? E chi, affidandoci ancora all’assunto sciasciano, poteva percepire la magia e il paradosso dell’essere siciliano se non scrittori provenienti da realtà come Racalmuto, Pachino, Girgenti o Vizzini?

Nel percorso che inizia con questa introduzione alla delicata realtà della Sicilitudine, proveremo, tramite le parole e le opere degli esponenti di spicco, più o meno recenti, della cultura siciliana, a fare come Alice attraverso lo specchio: ci caleremo nel bel mezzo di stradine arroventate e campagne selvagge, tra illusioni di rinascita e disincanto del fallimento, tra fughe e ritorni. Speriamo così, dentro questo specchio siciliano, di trovare quei riflessi che ci illuminino su aspetti cruciali del presente e – chissà – del futuro riguardanti ben più che soltanto i confini della Trinacria.

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