«Se per baciarti dovessi poi andare all’inferno, lo farei. Così potrò vantarmi con i diavoli di aver visto il paradiso senza mai entrarci». Con questa appassionata dichiarazione Romeo si rivolge alla sua amata Giulietta in uno dei più celebri capolavori shakespeariani, paragonando la sua candida bellezza a quella divina del Regno Celeste. Proprio come fosse una donna da corteggiare con galanteria o una musa a cui dedicare il dolce canto da lei stessa ispirato, anche la nostra cara Sicilia è stata oggetto di intense declamazioni di simile stampo e di nostalgici commiati, in cui le sue svariate e inimitabili meraviglie vengono accostate alle più alte creazioni di Dio. L’abbiamo vista emergere, pura e materna, nelle splendide composizioni di Ibn Hamdis; l’abbiamo vista prendere la sua solenne forma nei discorsi e nelle opere di Federico II; e poi rievocata con profonda amarezza dai vagabondi della modernità, scrittori, artisti e intellettuali finiti lontani dalla loro nutrice originaria. Ma quando, e soprattutto come, nasce il mito eterno della Trinacria come patria del piacere per antonomasia? In che momento la Sicilia è stata identificata come sede di quell’auspicata età dell’oro che da sempre l’uomo si affanna ad attendere ed inseguire senza sosta? Per trovare la risposta che ci serve, è necessario avventurarsi in un notevole salto temporale all’indietro. Sulle tracce di un poeta di lingua greca e cuore isolano.

Del resto, chi altro, se non Teocrito di Siracusa, vissuto a cavallo tra il IV e il III sec a.C., potrebbe rispondere all’identikit che abbiamo appena tracciato? Proprio lui, il poeta oggi noto al grande pubblico come inventore del genere bucolico, tra le maggiori fonti di ispirazioni del vate latino Virgilio, ha saputo generare, e rendere virale, il paradigma letterario ed esistenziale di una Sicilia favorita dal Fato, che si tramanda naturalmente attraverso la memoria e la sensibilità non soltanto dei suoi abitanti, ma anche di quei viaggiatori che sappiano cogliere un’intuizione, un frammento della sua essenza. Quell’essenza che, spontaneamente, risuona nei suoi preziosi Idilli, dove la voce melodiosa dei pastori si spande di fratta in fratta, di campo in campo per tessere le lodi di una terra rimasta incontaminata e benevola. Basti pensare all’invocazione di Tirsi, che invita gli dèi a lasciare le loro dimore per giungere nell’isola, meta degna della loro grandezza. O, ancora, alla commovente aspirazione di Menalca, che afferma: «Né la terra di Pelope vorrei / né i talenti di Creso, né volare / più veloce del vento. Voglio invece / levare il canto sotto questa rupe / e vedere le pecore del gregge / riunite verso il mare di Sicilia». Teocrito, da buon siciliano, condivideva e rifletteva l’impulso e le ferite dei suoi personaggi. In un momento storico in cui già l’urbanizzazione faceva sentire i suoi effetti, in cui il caos dei doveri soffocava gli istanti da dedicare a sé stessi, il poeta non poteva fare a meno di immergersi e identificarsi in quei luoghi così magicamente dominati dalla pace, in quelle campagne colorate e profumate nonostante l’arsura, nella contemplazione di una bellezza autentica e immutabile perché malinconica. È un rifugio dell’anima, un’oasi felice in mezzo alla tempesta delle inquietudini ciò che Teocrito ci invita a cercare. Un luogo dello spirito rigenerante ma altrettanto fragile, meritevole per questo di essere vissuto.

E così il siciliano trattiene, come un’eredità che gli spetta di diritto, quella stessa speranza dalle sfumature opache, testimone di un miracolo che accade e si consuma rapidamente, di una fede che trova appiglio per poi scivolare improvvisamente, intermittente come la luce di un faro che ti conduce a riva. E così, allo stesso modo, la Sicilia divenne un pozzo sul fondo del quale ognuno di noi può ancora scorgere ciò che più ha sperato ci fosse. «Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia» sosteneva Federico II. Basta un attimo, uno sguardo, un pensiero per ritrovarvisi, secondo Teocrito. Basta un canto: e la Sicilia torna ad essere la sede dell’eternità.

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