Sicilia a tutta birra. Secondo lo studio recentemente condotto dall’Istituto Piepoli l’antica bevanda è consumata nell’isola più che nel beverino Nord-Est. Non sorprende dunque l’esistenza di ben 74 tra microbirrifici, brew pub e beer firm. Dalla produzione del “Birrificio dell’Etna” (Giarre, CT) alla premiata Ciaurùsa dei “Fratelli Birrafondai” (Misterbianco, CT) non si contano le specialità imbottigliate nell’isola. Tuttavia, una birra 100% siciliana è stato un sogno finora irrealizzabile. Almeno fino a poco tempo fa, quando tra le tortuose e assolate strade dell’entroterra siciliano, a un passo dalla villa di Morgantina e la zona archeologica di Enna, l’artista siciliana Flavia Muscarà ha deciso di dare vita alla coltivazione di “Luppolo di Sicilia”. 

Flavia Muscarà

UNA SCOMMESSA SICILIANA. «Sono originaria di Catania, ma ho vissuto a Roma per 40 anni. Fu lì che, qualche anno fa, incontrai alcuni homebrewer che avevano tentato la coltivazione del luppolo in Lazio. Mi venne l’idea di sperimentarla in Sicilia, sul terreno dei miei bisnonni». Grazie ai preziosi consigli di questi esperti il sogno di Flavia è potuto diventare realtà. «Dopo aver coltivato le prime trenta piante ho contattato subito alcuni birrifici artigianali locali dando loro dei campioni in prova. Avere tra le mani un prodotto interamente siciliano li ha entusiasmati». Si avvicinava il loro sogno e a renderlo possibile è stato un ingrediente magico chiamato luppolina, «la polvere dorata – continua Flavia – contenuta all’interno dei coni di luppolo, che dà l’aroma amarognolo alla birra». 

IL LUPPOLO, QUESTO SCONOSCIUTO. Delle numerose varietà della pianta, nel terreno di Flavia, ad essere coltivate sono soprattutto le specie di provenienza americana come la Cascade, la Columbus e la Chinook. Oltre ad aver trovato un habitat particolarmente favorevole, «sono gli stessi birrifici a preferirle» spiega Flavia. La pianta fiorisce nei mesi di agosto e settembre, quando i coni – la parte contenente la luppolina – sono pronti per essere raccolti. Il luppolo può poi essere usato fresco o essiccato, per una più lunga conservazione. «Per i mastri birrai abituati a ricevere il luppolo in “pellet” (cioè il fiore tritato e compattato ndr) – prosegue – avere a che fare col prodotto fresco, sentirne il profumo, poter seguire la pianta che cresce e farsela consegnare sul posto sicuramente è una grande emozione». Al momento tutto viene svolto a mano, dalla raccolta, all’essiccazione al naturale e alle confezioni sottovuoto, ma tra i progetti futuri di Flavia c’è quello di riuscire a soddisfare la crescente domanda, ingrandendo l’impianto e acquistando dei macchinari. Nel tentativo di raccogliere i fondi necessari, Flavia è aiutata dai suoi due figli, che hanno dato il via ad una campagna di crowdfunding su Kickstarter.

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