Un piccolo, grande tesoro si nasconde nella campagna siciliana, in quella parte d’isola dove il riflesso del sole non luccica tra le pieghe del mare, lontana dall’invasione dei mangiatori d’anguria e degli schiamazzi da spiaggia. Là dove il paesaggio è discreto e si muove alla velocità del silenzio. Dove i vigneti ordinati si ritirano per far spazio ai fichi d’india, le cui pale spinose vanno aprendosi come finestre sulla terra in penombra.

Superate alcune curve di trazzere statali e provinciali, appaiono le case d’un panorama collinare. E anche se in primavera, sulla schiena corre il brivido dell’inverno. Come se le stagioni, nell’avvicendarsi, non andassero mai via del tutto, intrecciandosi fra loro. Mi trovo a Santa Margherita, paesino vittima del terremoto del Belìce che mandò in frantumi tremila edifici, tra cui la chiesa madre ed il palazzo Filangeri Cutò, e che vide una regina, tre viceré ed il giovane Giuseppe Tomasi di Lampedusa intento ad aggirarsi fra stanze e cortili, nelle vacanze estive. La prima rotonda all’ingresso del paese è sovrastata da un enorme Gattopardo, forse per mettere le cose in chiaro.

Tomasi di Lampedusa scrisse: «Donnafugata come paese è Palma; come palazzo è Santa Margherita». E grazie alla segnaletica precisa, ci si arriva in pochi minuti: giusto il tempo di percorrere alcune strade in cui l’architettura post ‘68 ha definitivamente cancellato il passato, ma meglio che in altri posti. Il palazzo si trova a sinistra di un sarcofago a forma di chiesa, che infatti contiene i resti mortali della matrice: è il museo della memoria, e per visitarlo – recita un foglio scritto a penna – si deve chiamare un numero di telefono. Tutto intorno, dei bei cartelli con citazioni e immagini dello scrittore danno solennità al luogo, sensazione che culmina con la statua bronzea del Principe di Lampedusa aggrappato a una copia del suo romanzo: dettaglio curioso poiché a lui mai fu concesso di sfiorare una copia stampata del suo libro, così come a noi non fu permesso di stringergli la mano ad elogio del suo capolavoro.

Varcato il portone d’ingresso, ad attendere i visitatori in un cortiletto interno, un’altra statua raffigurante lo scrittore, ma questa volta in tenera età ed intento a godersi il soggiorno estivo dopo il polveroso viaggio da Palermo. Una volta dentro, Angela Rizzo dell’associazione Terra Nostra, mi accoglie e mi guida per le sale del palazzo ferito dal sisma ed in seguito ricostruito. All’ingresso, appoggiato ad una parete ed in frantumi, lo stemma originale della famiglia. Sulle pareti, alcune foto dal film di Luchino Visconti.

Al primo piano ecco la sala principale: le luci discrete accompagnano la voce del grande scrittore registrata ed emessa da alcuni altoparlanti. Nelle teche di cristallo sono numerosi i cimeli: documenti, lettere, fotografie. Ma ad emozionarmi di più sono le uniche copie autorizzate ed identiche all’originale del manoscritto di uno dei più famosi romanzi italiani del ‘900. Il mio sguardo si ferma all’improvviso su due pagine in particolare: la prima e l’ultima del romanzo, quella con la data d’inizio degli eventi e quella con la parola “fine”. Si scatena in me un infinito senso di malinconia. Nella sala successiva, delle bellissime statue di cera rievocano le scene del Gattopardo in versione cinematografica, scenografia compresa: una stanza senza tempo.

La visita continua nel bellissimo teatro di quasi cento posti e nel piccolo e accogliente caffè, perfetto per una chiacchierata e uno scambio di opinioni. Ho anche potuto acquistare una copia della raccolta di racconti di Tomasi di Lampedusa. Questo piccolo museo viene visitato ogni anno da circa 3 mila persone, a fronte delle milioni di copie del romanzo presenti nelle librerie, biblioteche e case di tutto il mondo (è il libro Feltrinelli più venduto di sempre). Il potenziale che può esprimere questo luogo, a distanza di decenni dalla pubblicazione dell’opera, è ancora intatto e da esplorare.

Così si conclude la mia visita nel palazzo che tanto amò Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e che ospitò una regina in fuga da Napoli nel 1812: Maria Carolina d’Austria, la Donnafugata, che soggiornò diverse settimane nel Palazzo Filangeri Cutò insieme a suo marito Ferdinando I. Evento da dove forse ebbe origine tutta questa storia. Oggi la facciata del palazzo rivive, ridisegnata, sull’etichetta di uno dei vini siciliani più prestigiosi: il Mille e Una Notte. Di Donnafugata, ça va sans dire.

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