Tra i neologismi nati negli ultimi anni, senza dubbio “Onlife”, creato nel 2017 dal filosofo Luciano Floridi giocando con i termini “online” e “offline”, è quello che più negli ultimi mesi ha assunto nuove e delicate sfumature. In un mondo costretto alle sole interazioni digitali, il desiderio di un ritorno a una forma “integrata”, nella quale far convivere la nostra vita quotidiana con quella “estesa” delle connessioni 2.0 appare come una sorta di luce in fondo al tunnel nelle speranze di molti, ridisegnando confini e possibilità. Può quindi un contesto lavorativo diventare il luogo d’incontro ideale tra contatto umano e digitale?  Una delle domande che in molti si pongono è quella relativa al futuro degli spazi di co-working, in crescita prima che del Covid e che di colpo si sono svuotati in nome del distanziamento e della riduzione degli incontri fra estranei. Inevitabile quindi chiedersi: lo scenario post pandemia sancirà l’esplosione di una bolla, oppure sarà proprio da qui che ricostruiremo la nostra nuova normalità? 
Tra i sostenitori di questa seconda ipotesi vi è senza dubbio l’imprenditore catanese Antonio Perdichizzi, classe 1978, fondatore di Tree, società specializzata in open innovation recentemente acquisita dal gruppo Opinno, e presidente di Junior Achievement Italia, no profit nel settore dell’educazione economico-imprenditoriale. Gli investimenti di Perdichizzi, si estendono anche su Arcadia, una holding che ha partecipazioni in progetti innovativi come Orange Fiber (la quale produce tessuti pregiati dagli scarti di lavorazione delle arance), ed è partner di Invitalia e CDP Venture Capital. 

Proprio con Arcadia, Perdichizzi ha dato vita a uno dei suoi progetti più ambiziosi: “Isola”, uno spazio di co-working e un progetto multi-stakeholder che prende vita in uno dei luoghi storici più importanti della città di Catania: il monumentale palazzo Biscari. «Da sempre – racconta l’imprenditore – immaginiamo che possa esserci una strada per il Mezzogiorno affinché sia un contesto ideale per investimenti importanti. Oggi la compresenza di un clima favorevole sul piano di defiscalizzazione del lavoro e dei contributi per il Sud, unitamente al ritorno, per ragioni sanitarie, di un capitale umano che sta lavorando dall’isola, rappresentano un’opportunità straordinaria».

Antonio Perdichizzi

L’INNOVAZIONE NEL BAROCCO. Nel 1693, a seguito di uno dei terremoti più distruttivi che la nostra isola abbia mai subìto, il principe Ignazio Paternò Castello edificò sulle mura di Carlo V un palazzo imponente. Ampliato dalle generazioni successive e ultimato nel 1763, esso fu da sempre considerato uno dei luoghi più importanti della città, al punto che la sua magniloquenza fu descritta da Goethe nel 1787 in occasione del suo viaggio in Sicilia. In era contemporanea, se la parte principale del Palazzo è divenuta sede per importanti convegni e set cinematografici e musicali, altri ambienti hanno ospitato le più disparate attività (ricordiamo gli uffici del Teatro Stabile etneo, ma non solo) perdendo in parte la propria coerenza nei dettagli e arrivando a oggi in condizioni di conservazione non sempre eccellenti. “Isola” si prefigge di ricostruire questa identità, prendendo in affitto i locali e proponendo un’operazione di ristrutturazione conservativa, mirata al rispetto dei luoghi e al contempo alla loro modernizzazione. «Ci siamo affidati allo studio siciliano “Analogique” – racconta Perdichizzi – e sono state coinvolte aziende specializzate per la progettazione e realizzazione di impianti tecnologici all’avanguardia. Per non sventrare il palazzo, è stata ideata una sorta di canalina hi-tech, un’opera di ingegneria che porta nelle varie sale internet, connessione, climatizzazione». I 35 ambienti di “Isola” vantano, da un lato, alcune sale conferenze (le più grandi denominate “Sicilia” e “Malta”) in cui organizzare eventi di formazione, ma anche talk, aperitivi, e dall’altro una serie di sale più piccole, attrezzate come studi di registrazione, phone boot, luoghi per incontri online e “onlife”. «Questo luogo – continua Perdichizzi – sarà anche la sede della Tree School dove 1.000 programmatori potranno lavorare, immersi nella bellezza». Una scelta in un certo senso in controtendenza con l’idea di luoghi “neutri” e asettici, che spesso caratterizzano i campus tecnologici siti ai margini delle città e che proprio nella sua collocazione urbanistica trova il suo senso nelle intenzioni del suo ideatore.

IL DIALOGO CON IL QUARTIERE. Dal punto di vista urbanistico, la città di Catania è ricca di contrasti: basta passeggiare per il centro per rendersi conto di come a pochi passi tra loro convivano palazzi nobiliari e popolari. In questo senso, la posizione di Palazzo Biscari, collocata a metà strada tra la centralissima piazza Duomo e il quartiere popolare della Civita, non fa eccezione. «”Isola” – continua Perdichizzi – dà su piazza Duca di Genova, la quale si presenta oggi come un parcheggio, ma in realtà ha un potenziale enorme. Il mio desiderio è che, con una sinergia pubblica e privata, possa essere riqualificata. Noi, ad esempio, vorremmo chiedere al comune la possibilità di adottare le aiuole. Lo immagino come un luogo digitale e connesso, attrattivo per i giovani». Il dialogo con la città auspicato da Perdichizzi, tuttavia, non si ferma solo all’esterno di “Isola”, ma si spinge soprattutto al suo interno. «Non vogliamo che questo posto sia elitario e destinato solo a chi può permettersi un desk. Organizzeremo delle call che spero verranno recepite dal quartiere, invitando chi ha delle idee a venire a lavorare da noi per tre mesi gratuitamente. Perché l’innovazione non si fa solo con chi una startup ce l’ha già».

FARE SISTEMA: DAVVERO SI PUÒ? Il progetto “Isola”, punta dunque tutto sulle sinergie, immaginando di coinvolgere una cinquantina di realtà. Una scelta coraggiosa in un contesto che fino a ora ha visto una resistenza quasi endogena alle iniziative di sistema, ma per l’imprenditore catanese, questo è il momento in cui le cose potranno cambiare davvero. «Può sembrare un luogo comune, ma il punto è che è necessario pensare nuovi modelli per fare impresa e questi non possono prescindere dalla collaborazione con gli altri. Anche la politica ci sta insegnando che nessuno oggi può governare senza tenere conto di forze diverse e lontane. Allo stesso modo, credo che pensare un progetto multi-stakeholder come questo debba partire da una consapevolezza: prima di chiedere bisogna dare. “Isola” chiamerà gli altri a raccolta dicendo: noi abbiamo questo e lo mettiamo a disposizione, non il contrario. Poi, chi lo sentirà davvero come un progetto proprio, aderirà con lo spirito di mettere qualcosa sul piatto a sua volta». 

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