Vi è mai capitato di parlare con un siciliano che aveva mal di pancia e di vederlo indicarsi un punto ben preciso dell’addome menzionando ‘a vùcca ‘l’àrma (o ‘a vùcca ‘l’àmma)? Se sì, e se l’avete guardato con aria interrogativa, sappiate che non siete i soli a chiedervi cosa significhi quest’espressione, antica al punto da rimandare a un sistema di valori (e anatomico) profondamente diverso da quello moderno.

Il sintagma letteralmente potrebbe essere tradotto nella nostra lingua come la bocca dell’anima e si riferisce a un punto ben preciso del corpo umano, ovvero al plesso solare che si trova al di sotto del diaframma. Il suo significato sembra più semplice da afferrare anche senza spiegazioni, non appena il dialetto viene reso in italiano, dato che si sente parlare spesso di bocca dello stomaco.

A questo proposito, però, va specificato che in realtà quest’ultima corrisponderebbe all’epigastrio, zona in cui è appunto localizzato l’organo dello stomaco, anche se entrambe hanno finito per riferirsi genericamente ai dolori generati da una gastrite. Oltre a ciò, come ulteriore differenza tra i due idiomi, in ogni caso, resta il fatto che nell’espressione sicula non si parla tanto di pancia, di ventre o di suoi sinonimi, quanto appunto di anima. Come spiegare una differenza tanto sostanziale? E cosa c’entra l’anima umana con i reflussi esofagei?

L’arcano si svela considerando che anticamente, in Sicilia, «l’entità spirituale che comprende tutte le facoltà del sentire e del ragionare», come ben la definisce Gaetano Basile nel suo Dizionario sentimentale della parlata siciliana, aveva sede sia nella testa, sia all’altezza del cuore sia poco più sopra dell’ombelico. Quella delle tre anime così collocate, fra l’altro, non è una teoria così astrusa, se pensiamo che diverse civiltà antiche, dall’Estremo Oriente al Sud America, dagli eschimesi agli ebrei, passando per l’Africa, per i nativi americani e per le Hawaii, hanno basato le loro tradizioni e credenze sulla stessa convinzione.

Nel corso del tempo, com’è inevitabile, la sovrapposizione di popoli e di culture diverse ha trasformato la mentalità siciliana e l’ha arricchita di stratificazioni diverse, anche se il suo vernacolo ne ha conservato le tracce fino ai nostri giorni. È così che, «pur ignorando di averne una», o meglio ancora tre, «siamo posseduti dall’anima, esattamente come i personaggi de Gli anni perduti di Brancati o come il La Ciura di Lighea di Tomasi di Lampedusa».

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