Provate a chiedere a un agrigentino come prepara di solito una classica insalata e siate pronti a rimanere sorpresi. Niente lattuga, piuttosto pomodori e basilico, naturalmente sale, pepe e olio d’oliva per condire e, soprattutto, acculazzàtu a tocchetti. Se non avete mai sentito questa parola pur essendo siciliani, non stupitevi: è un frutto della terra coltivato solo in certe zone dell’isola e della Puglia, dov’è noto con il nome di “carosello”

Si tratta di un ortaggio poco costoso, che al mercato si può acquistare a massimo due euro al chilo e che in molti assocerebbero spontaneamente a un melone o a un cetriolo, pur non trattandosi in realtà di nessuno dei due. Il gusto è, nei fatti, simile a quello di un cocomero, e non a caso la sua produzione è da ricondurre proprio alla nascita di questa pianta, che in inverno viene raccolta quando non ha ancora superato i pochi centimetri.

La sua forma, quindi, assomiglia a quella di un piccolo cetriolo, sebbene abbia un sapore più pungente e contenga al suo interno un bozzolo con semi commestibili. Particolarmente apprezzato perché fresco e croccante, viene spesso consumato appena colto, oppure servito per antipasto prima che conservato in frigorifero perda molte proprietà e il tipico colorito verde acqua. Come se non bastasse, sembra sia l’ideale per combattere la cellulite, il che a maggior ragione renda oscura la ragione della sua poca diffusione nel resto del Mediterraneo.

Nota importantissima: attenzione ai risvolti linguistici della faccenda, dato che definire qualcuno della “testa d’acculazzàtu” corrisponde ad un vero e proprio insulto. Il termine, infatti, deriverebbe dal verbo acculazzàri, che in italiano significa accartocciarsi, andare a male o non maturare, proprio perché è questo ciò che accade all’alimento in questione. Osate dare a qualcuno che ama questo ortaggio del poco maturo, dunque, e saranno guai!

(Si rin­gra­zia per la col­la­bo­ra­zio­ne Ales­sia Lo Bue)

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