Bao, il cortometraggio premiato agli Oscar,
che ci insegna a lasciar andare

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Il piccolo capolavoro di animazione si è aggiudicato la vittoria agli appena conclusi Academy Awards. Pochi minuti bastano alla regista Domee Shi per raccontare la ricchezza di significati deposta in qualcosa di semplice come il cibo invitandoci a riflettere sulla visceralità del rapporto madre-figlio e sull’uso politico dell’alimentazione

Come succede ai musicisti esordienti che si esibiscono prima dei concerti, succede anche ai cortometraggi proiettati prima dell’atteso spettacolo di rivelarsi sorprendenti. È il caso di Bao (Pixar Animation Studios e Walt Disney Pictures), lanciato sul grande schermo a settembre dello scorso anno in occasione de Gli Incredibili 2,  che si è appena aggiudicato l’Oscar come miglior cortometraggio d’animazione. In meno di 8 minuti Domee Shi, la scrittrice e regista, figlia di immigrati cinesi cresciuta in America e prima donna a dirigere un corto per la casa d’animazione californiana, ci propone una storia che mentre accende i riflettori sulla tavola cinese, esprime un legame universale, quello madre-figlio. Lo spettatore si ritrova, allo stesso tempo, a lottare con il bambino per la sua giusta indipendenza e piangere insieme alla madre l’inevitabile separazione. È la lezione più commovente della pellicola: amare è lasciar andare.

CHE SIGNIFICA BAO? Dagli spaghetti di Lilli e il Vagabondo ai ravioli asiatici da cui prende il nome il film, il cinema d’animazione ha mostrato un sempre crescente interesse per il cibo. Così, a 20 anni dalle prime ciotole di riso di Mulan, l’arte culinaria cinese non smette di incuriosire gli spettatori. Bao o baozi è un tipico impasto al vapore ripieno di carne e/o verdure tritate, una sorta di raviolo, ma significa anche “qualcosa di prezioso”. Il cibo, vero legame affettivo che condensa amore familiare con amore per la propria Terra, scandisce la narrazione del rapporto della madre iper-protettiva con il figlio: dai paninetti che lui le porta in segno di riconciliazione, all’ingozzarsi della mamma quando lui esce, fino ai bao preparati tutti insieme. La prima scena si apre proprio con la preparazione dei ravioli da parte di una donna cinese-canadese che, dopo che il marito corre a lavoro, resta sola a ultimare il pasto. Ma l’ultimo raviolo si trasforma magicamente in un bambino. La crescita è una continua lotta per l’indipendenza frenata dalla madre che resta impietrita quando lui le presenta la fidanzata, una ragazza bionda e non asiatica. Ma alla fine mamma e pubblico la accolgono: riappacificatisi anche grazie al padre, siedono tutti insieme a tavola e lei si rivela bravissima a fare i baozi. Come per dire, se anche tu sai fare la parmigiana in fondo siamo uguali.

SIAMO QUEL CHE MANGIAMO? La regista racconta che sua madre da piccola stringendola le diceva che avrebbe voluto ricacciarla nello stomaco per sapere di lei ogni momento. E sembra essersi ispirata proprio a questo ricordo per la scena più drammatica, quella in cui il baozi vuole trasferirsi e la mamma, non riuscendo a trattenerlo, lo mangia. Perché? No, non è la versione femminile del violento Saturno di Goya: le cure ai fornelli sono un chiaro segno d’amore. È avida del figlio: «Avidità è un termine con un significato ben preciso, che ricollega lo psichico al fisico, l’amore all’odio, ciò che è accettabile all’io a ciò che non lo è», scrive Donald Winnicott nelle sue analisi raccolte in Dalla pediatria alla psicanalisi (1981). Non riesce ad accettare che il suo bambino è cresciuto e che i figli non sono il prolungamento dei genitori. «L’appetito viene coinvolto nel tentativo di difendersi dall’ansia e dalla depressione», così per il pediatra e psicanalista britannico mangiare è un modo per esercitare controllo. Se siamo quel che mangiamo, come sostiene Feuerbach, la madre sembra voler ritornare a quella fase dopo il parto in cui lei e il suo bambino erano una cosa sola, una diade. Un periodo, questo, che se si protrae diventa patologico e può dar luogo ad alterazioni della realtà: quella evocata dal film è un’allegoria sulla sindrome da nido vuoto, quello stato di angoscia e dolore che colpisce i genitori quando i figli lasciano casa. E proprio questo altera la visione del reale: quando la fidanzata si presenta a casa indossa le scarpe, perché così la dipinge la mamma; ma quando l’allegoria sfuma e il bao si rivela un uomo, eccola in calzini, segno del rispetto per le tradizioni cinesi.

PRENDERE PER LA GOLA. Nel corto che omaggia la Cina, il bao simboleggia unione: d’altronde, non è la curiosità per il cibo straniero che vince le prime barriere? Anche per questo ha un suono dolce, in italiano come in cinese. Chi l’avrebbe detto che se c’è una cosa che non bisogna mai dire a Xi Jinping è proprio raviolo? Nel 2017 il soprannome “Xi Baozi” è costato al suo autore la prigionia. La qualifica risalirebbe al 2013 quando il Presidente cinese mangiò in un locale di Pechino alcuni bao. Il gesto, volto ad avvicinarlo alle persone comuni, venne interpretato come una messinscena per prendere le masse per la gola. Così il tipico raviolo è iniziato a campeggiare in cartelli simbolo di attivismo e, di conseguenza, nelle lista dei controlli governativi. Ma Xi non si è arreso e ha invitato lo scorso anno Putin a fare i bao. La rivoluzione comincia dalla tavola? Così sembrerebbe. Nessuna politica è indifferente al cibo. Lo sa bene il nostro Ministro dell’Interno che a Catania si fa selfie con l’arancino.

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