Dal bisogno di amicizie alla difesa della propria terra: perché i siciliani sono vanitosi di natura?

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Un pensatore del XIX secolo farà luce sulle ragioni che ci spingono, per ogni piccolo problema, a sfogliare la rubrica in cerca di conoscenze e ci aiuterà a spiegare perché ci offendiamo se ci chiamano mafiosi

Non molto tempo fa mi trovavo a far compagnia per l’acquisto di un auto in un autosalone della mia città, Acireale. La macchina in questione era interessante ma necessitava di migliorie. Il venditore ci rassicurò con toni confidenziali: «Per questo non preoccuparti ho un amico elettrauto, se vuoi cambiare le gomme ti porto da un amico gommista, per l’assicurazione ti presento un amico mio». Al che penso: «Ma sono tutti amici tuoi?». A ben riflettere noi siciliani se abbiamo un problema ricorriamo subito alla rubrica. Perché? No, non è (solo) questione di escamotage truffaldini o comodità: è molto di più. Il siciliano nell’isola non solo ci vive ma se la porta dentro: quelle onde che bagnano le sue coste dando risacca alle più piccole emozioni ci separano l’un l’altro e ci fanno vivere il paradosso di amare e fuggire la solitudine. Naufraghi in un mondo che sembra indifferente, le reti di amicizie ci salvano perché ci fanno sentire unici. Più del favore altrui, a volte ci basta sapere che esiste qualcuno che voglia aiutarci. Ecco perché amiamo vantarci delle conoscenze, dal consigliere comunale, al gommista, al medico: vogliamo saperci speciali. Ecco perché invochiamo sconti ai venditori che, dal canto loro, del te lo passo a 10 euro perché sei tu ne hanno fatto una strategia di marketing. È questione di vanità: il siciliano è vanitoso. Che significa?

SICILIANI PAVONI? Ce lo spiega Paul Rée, filosofo tedesco, amico del cuore di Nietzsche, finché donna non li separa (ma questa è un’altra storia). In Sull’origine dei sentimenti morali (1877) riconduce l’origine della vanità (e la morale tout court) all’utile sociale. «I pavoni hanno acquisito il loro magnifico piumaggio per il fatto che gli esemplari più belli sono preferiti dalle femmine e che le loro qualità sono trasmesse ereditariamente»; abituati a provare piacere per l’ammirazione del piumaggio, hanno poi preso gusto a essere ammirati indipendentemente da fini amorosi cosicché dispiegano la ruota «anche davanti al porco». Succede pure all’uomo: in origine doveva essere vantaggioso esser apprezzato, per esempio per i suoi lavori «se voleva scambiarli con altri oggetti»: col tempo abbiamo dimenticato l’origine convenzionale dell’ammirazione e l’abbiamo lodata in sé e per sé. L’uomo però non è vanitoso solo per l’aspetto esteriore come il pavone, ma anche per forza, coraggio, intelligenza, beni materiali e, appunto, amicizie. «Vogliamo essere più resistenti degli altri e poter sopportare più degli altri»: queste verità suonano lapidarie rapportate ai siciliani. La vanità ci appartiene per ragioni storiche: soggetti a diverse dominazioni, ci è stato utile sviluppare quest’indole per fingerci forti fino a diventarlo. Siamo così vanitosi che la presa in giro dei politici non è solo un imbroglio ma un’offesa personale: Mi prendi per fissa?

UN ONERE DIVENUTO ONORE. Il desiderio di vendicarci per mostrarci più forti, più belli, più capaci; il pettegolezzo che ci fa aumentare l’autostima disprezzando gli altri: per Rée anche questa è vanità. E quando il siciliano dice la tua invidia è la mia fortuna non si sta forse vantando persino dell’invidia altrui? Anche per queste ragioni la vanità è in genere biasimata. C’è però un suo aspetto che viene elogiato e ostentato e che sentiamo ancora più forte: il senso dell’onore, quello che ci rende sensibili al disprezzo. Rimproveri, castighi, sanzioni: quanta vergogna ci generano? E non è forse proprio il timore del disprezzo che spesso frena azioni moralmente e penalmente discutibili? Quindi sì, la Sicilia è stata terra del delitto d’onore, terra di pseudo-onori legati all’omertà; la Sicilia è ancora terra di appalti truccati e cartellini timbrati prima di andare al supermercato; ma è terra che lotta contro tutto ciò e che di questo onere ne ha fatto un onore. Siciliano mafioso: non c’è offesa peggiore che possano farci. Ci vergogniamo per tutti gli episodi che accreditano questo luogo comune, come ci vergogniamo di chi lascia la spazzatura per strada perché non sa vantarsi delle bellezze della sua terra. Per chi lotta ogni giorno contro le difficoltà di questa patria martoriata, chi giura sulla croce ma sputa sull’altare, chi si lamenta ma non si impegna, ne offende l’onore. È vero che le azioni compiute in nome dell’onore non sono altruistiche perché spinte dall’amore di sé; «sono tuttavia utili, in particolare per il mantenimento dello Stato», riconosce il Darwin della morale. Siamo egoisti? Anche. Ma per ogni piede che è stato messo fuori da questa isola, una mano è stata tesa: noi siciliani ci vantiamo di essere accoglienti. Per Paul Rée la pulsione non egoistica è debole ma c’è. Se poi a questa si aggiungono azioni positive sollecitate dalla vanità perché non andarne fieri? Siamo vanitosi ma le nostre azioni possono non essere vane.

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