«Penso che voi siciliani il jazz l’abbiate nel Dna. Il livello di musicisti che vengono dalla Sicilia è incredibile: i fratelli gemelli Matteo e Giovanni Cutello di Chiaramonte Gulfi, il pianista Dino Rubino di Biancavilla, il catanese Giuseppe Asero è un formidabile sassofonista. È siciliano anche il trombettista Giovanni Falzone. Sì, ce l’avete nel sangue ed è per questo motivo che è sempre un piacere venire a suonare da voi». Lo confessava Enrico Rava l’anno scorso alla vigilia del suo concerto a Noto e del suo ottantesimo compleanno.

«Ho conosciuto Enrico Rava nel 1995 durante i seminari estivi di Siena Jazz e sono stato naturalmente attratto dalla sua figura e dal suo modo di vivere la musica», ricorda Dino Rubino, uno dei “gioielli” del jazz siciliano indicati da Rava. «Speravo tanto di fare musica d’insieme con Enrico, ma purtroppo lui seguiva solo il terzo livello e io ero stato assegnato al secondo. Così tutte le mattine, appena finite le mie lezioni, andavo davanti alla classe di Enrico per seguire i suoi corsi, standomene zitto in un angolino. Dopo una settimana, vedendo tutti i giorni questo ragazzino di 15 anni con la tromba in spalla, Enrico mi chiese se volevo fare un brano con loro. Nonostante l’emozione accettai, così lui mi chiese: “Cosa vuoi suonare”? Non sapendo che dire risposi: “Dimmi tu… ”. Lui replicò: “Conosci Joy Spring di Clifford Brown”? E io: “Ehm, sì… ”. La cosa buffa fu che Joy Spring è stato uno dei primi brani che imparai a suonare con la tromba in quanto Clifford Brown fu uno dei miei primi modelli, dunque la conoscevo benissimo».

«Avevo iniziato ad amare anche il jazz in quanto mio padre è stato uno dei primi batteristi jazz della provincia di Catania e ha gestito per quattro anni un piccolo e fortunato club a Biancavilla»

Una piccola bugia. Perché il piccolo Dino Rubino cominciò studiando il pianoforte classico presso il Conservatorio “Bellini” di Catania nel 1991. «Sono cresciuto in una casa in cui la musica era compagnia di tutti i giorni. Mio padre batterista e appassionato di jazz, mia madre invece recitava poesie e cantava a me e mio fratello De André prima di metterci a letto». Aveva 11 anni e il suo primo amore furono i Beatles. Poi sono seguiti gli ascolti più disparati, da Chopin a Louis Armstrong, da Luigi Tenco a Mia Martini. «Avevo iniziato ad amare anche il jazz in quanto mio padre è stato uno dei primi batteristi jazz della provincia di Catania e ha gestito per quattro anni un piccolo e fortunato club a Biancavilla, dove si sono esibiti molti dei più importanti jazzisti di fama internazionale». Il vero colpo di fulmine per il jazz e la tromba scocca tre anni dopo a un concerto di Tom Harrell a Umbria Jazz nel 1994. L’anno successivo Dino Rubino si iscrisse ai Seminari di Siena, dove incontra Enrico Rava, oggi tra i suoi accaniti estimatori, e, soprattutto, Paolo Fresu. Purtroppo, sulla strada per perfezionarsi al nuovo strumento, Dino Rubino incontra un insegnante «che mi fece cambiare impostazione, creandomi problemi», facendolo disamorare. «Ripresi a studiare il piano, senza tuttavia mettere da parte la tromba». Che ogni tanto fa capolino nei dischi del musicista catanese «e spero presto di realizzare un album interamente alla tromba».

Al piano lo ritroviamo in Time of silence, lo stupendo album fresco di stampa: dieci brani interamente composti da Rubino, in cui il flicorno fa solo una piccola apparizione nella conclusiva Settembre, e registrati con la collaborazione dei fidati Emanuele Cisi al sassofono tenore, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Enzo Zirilli alla batteria. «Il quartetto è la formazione che prediligo», sottolinea. «In generale, le formazioni più snelle sono più agili, danno più libertà di movimento».
Il disco esce per la Tǔk Music, l’etichetta fondata dall’amico Paolo Fresu, con il quale Rubino ha instaurato un forte legame e una importante collaborazione. Con Fresu e Marco Bardoscia, il catanese è andato in tour l’anno scorso con la fortunata esperienza dello spettacolo teatrale Tempo di Chet (ammirato la scorsa estate a Chiaramonte Gulfi). «Paolo, soprattutto, mi ha fatto scoprire la Sardegna», racconta Rubino. «Mi invitò la prima nel 2014 per alcuni concerti e seminari da docenti». Da allora, tutti gli anni il catanese torna a Berchidda, la città del jazz, grazie alla pluriennale esperienza del festival “Time in Jazz”, ideato da Fresu. Nelle sue campagne, in un’area del paese denominata Tucconi, sorge la casa dove il celebre trombettista sardo è cresciuto. Un luogo dell’anima, di forti legami con la terra e le sue radici. Da qui l’origine del nome Tǔk Music. «Da siciliano amo la Sardegna, la sua cucina, i suoi vini», riprende Rubino. «I sardi sono molto attenti ai dettagli, amo il silenzio che si respira e che riescono a custodire. I siciliani sono più caciaroni, meno attenti».

«Il silenzio è necessario per la creazione artistica, come momento di attesa, promessa, rispetto, ascolto, preghiera, concentrazione, ma anche di confronto con sé stessi»

Il silenzio è proprio il tema conduttore della ricerca spirituale e musicale di Dino Rubino. «Silenzio inteso come condizione necessaria per la creazione artistica, come momento di attesa, di promessa, di rispetto, di ascolto, di preghiera, di concentrazione, ma anche di scoperta e confronto con sé stessi non necessariamente in termini positivi. E infine come dimensione che ci ha accompagnato in questi mesi di isolamento, con un silenzio surreale che avvolgeva le nostre altrimenti caotiche città». Il silenzio di Rubino evoca suoni, emozioni, sensazioni, immagini. Melodie, armonie, ritmi. «Rispetto ai precedenti album, più armonici, questa volta punto su una ricerca melodica. La melodia diventa il punto di partenza per l’armonia e il ritmo». Crea un impasto sonoro caldo e affascinante, che ti fa compagnia e nello stesso tempo t’ipnotizza e non smetteresti mai di ascoltare. Time of silence è il miglior album jazz di inediti uscito quest’anno. Cool al punto giusto. Elegante, avvolgente, melodico, raffinato, romantico, accarezza morbidamente, riuscendo a emozionare ed a trasmettere profonda serenità e armonia.

«Tutti i concerti sono annullati e bisogna ridurre i costi. È triste e duro per chi ha fatto della musica la sua ragione di vita. Ho fatto alcuni concerti in streaming, ma la sensazione è diversa»

Il suono morbido e rilassante del silenzio risuonerà “live” il 4 luglio all’Excelsior Palace Hotel di Taormina. Al fianco di Dino Rubino ci saranno Nello Toscano al contrabbasso ed Enzo Zirilli alla batteria. «Avrei voluto suonare in quartetto per presentare il nuovo album, ma il periodo è molto duro per noi musicisti», si lamenta il pianista di Biancavilla. «Tutti i concerti sono annullati e, per i pochi rimasti, bisogna ridurre i costi. È triste e duro per chi ha fatto della musica la sua ragione di vita. Ho fatto alcuni concerti in streaming, ma la sensazione è diversa. Domenica ad Agrigento ci siamo visti con Paolo Fresu al concerto che ha tenuto nella Valle dei Templi e mi ha detto che ha avvertito una fortissima emozione a salire sul palco: dopo tre mesi di lockdown, sembrava come se fosse la prima volta. Io ho dovuto cancellare la stagione del Monk, il locale che gestisco a Catania con alcuni amici, e mi sono dovuto adattare alle lezioni on line con i miei allievi del Conservatorio. È come se una parte della nostra vita fosse rimasta congelata».

Francesco Guaiana

Il periodo di clausura ha tuttavia avvicinato Dino Rubino all’arte del videoclip. «Ne ho realizzato quattro, in modo molto artigianale, per dare sfogo alla creatività». Clip animate, molto semplici e naif, la prima delle quali, So Far So Close, si può già vedere su YouTube. Se Dino Rubino ha trovato la sua seconda isola in Sardegna, Francesco Guaiana ha dovuto girare mezzo mondo prima di trovare in Puglia ospitalità per le sue creazioni musicali. È l’etichetta salentina Dodicilune a pubblicare il suo nuovo progetto musicale Bandha, registrato con un ensemble “variabile” formato dal basso di Gabrio Bevilacqua (strumento suonato in un brano da Luca Lo Bianco), dalla batteria di Carmelo Graceffa e Giuseppe Urso ed arricchito, in alcune composizioni, dalla tromba di Filippo Schifano, dai sax di Gianni Gebbia (soprano), Letizia Guastella (alto), Alex Faraci (tenore) e dal piano di Mauro Schiavone. La voce di Daniela Spalletta impreziosisce il brano di apertura A useful step e altri tre (Go Back, Secret Trip e Sweet Witch), dei quali firma anche il testo. Chitarrista e compositore, Francesco Guaiana, si è formato al Berklee College of Music e per molto tempo ha suonato negli Stati Uniti. Dopo essere rientrato in patria per andare in tour in tutta Europa, si è fermato a Trapani dove attualmente è docente ordinario di chitarra jazz presso il Conservatorio di Musica “Scontrino”, senza dimenticare l’attività concertistica e compositiva.

«Bandha, titolo dell’album, in sanscrito significa “afferrare”, “prendere”, “fissare” e fa riferimento a specifiche tecniche yoga che aiutano a migliorare la respirazione e a canalizzare l’energia in una determinata parte del nostro corpo per evitare che essa venga dispersa», spiega il chitarrista siciliano. «Ho trovato in questo significato molte affinità con la musica che ho scritto, non ultima la velata assonanza fonetica con “banda”, intesa come ensemble musicale». Dialogando con i suoi compagni di viaggio, Francesco Guaiana riesce a trovare insoliti equilibri tra melodia e ritmo.