Dalla lingua al web con Vera Gheno: «I social? Uno strumento democratico»

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La sociolinguista e scrittrice, che collabora con Zanichelli ed Accademia della Crusca, si è soffermata sul tema attuale della trasformazione del nostro uso linguistico in relazione ai nuovi mezzi di comunicazione. Davvero il loro avvento ha segnato un passo indietro? E coloro che difendono a spada tratta la grammatica hanno davvero ragione?

Nelle sue rubriche online per Zanichelli parla spesso di lessico osservando e raccontando i cambiamenti della lingua in relazione alle nuove esigenze contemporanee. C’è il “dronista”, la “portiera”, la “sindaca”, tutti termini nuovi che entrano a far parte dell’uso e quindi del vocabolario e che suonano strani ai più. «La società cambia, e la lingua risponde al desiderio umano di descrivere ciò che ci circonda nel modo più dettagliato possibile, icastico come diceva Italo Calvino». Vera Gheno è una “grammamante”, come lei stessa definisce chi ama davvero la lingua. Sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer, si muove tra l’insegnamento universitario e il mondo del web con la gestione di rubriche per Zanichelli e dell’account Twitter per l’Accademia della Crusca. Ha scritto diversi libri tra cui “Tienilo acceso: posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” insieme a Bruno Mastroianni (Longanesi, 2018); ha partecipato a programmi televisivi e tiene corsi di scrittura. In occasione del suo intervento alla IX edizione del Taobuk di Taormina dove ha parlato di lingua e nuovi media, l’abbiamo intervistata per approfondire.

L’ITALIANO SOTTO AI NOSTRI OCCHI. Un marasma di parole, commenti, reazioni. Tutti (o quasi) ci ritroviamo inseriti in questi grandi contenitori di idee e espressioni che sono i social network, canali dove ognuno può intervenire dicendo la sua, anche se non sempre in un italiano corretto. Così capita di leggere commenti poco gentili e frasi tipo “i social hanno dato parola a tutti, anche ai cretini”, senza considerare che fra quei “cretini” ci siamo anche noi. Ma davvero l’avvento dei nuovi media ha influenzato il modo di scrivere e parlare in maniera negativa? «Le parole sono sempre centrali, non è cambiata la loro importanza. – spiega – I nuovi media mostrano dei livelli di uso della lingua che prima rimanevano un po’ nascosti, quel livello che i linguisti definiscono italiano popolare e che una volta compariva solo nelle lettere che i migranti semi analfabeti mandavano a casa, costretti a scrivere per comunicare che stavano bene. I social hanno messo alla luce qualcosa che già esisteva. Va poi sfatato il mito della velocità: la trasmissione del messaggio è effettivamente diventata più veloce, ma la velocità nel comporlo e nel leggerlo ce la siamo un po’ imposta noi. Si può scrivere un post o un commento anche con calma, magari rileggendolo pure, qualche secondo in più non cambierà le vite di nessuno».

LA LINGUA COME STRUMENTO RIVOLUZIONARIO. Secondo la sociolinguista l’opportunità data dai nuovi media non è da considerare negativa, ma è anzi è uno strumento utile e democratico: «Ogni persona indipendentemente dal livello di cultura, ha un megafono in mano. Sarebbe antidemocratico considerare questa possibilità deleteria e non sarebbe assolutamente un bene ritornare in un tipo di società dove parlano solo quelli capaci a farlo. Se siamo una società veramente democratica dobbiamo far sì che anche l’ultimo possa parlare e scrivere meglio e per farlo è essenziale vedere dov’è il problema. Don Milani diceva: “Il mondo lo cambia l’ultimo che ha imparato a leggere e scrivere e a fare di conto bene”. Per quanto una buona conoscenza della lingua sembri un problema collaterale rispetto alla necessità di arrivare a fine mese, imparare a comunicare meglio può essere proprio la svolta per trovare un buon lavoro. Nel libro che ho appena finito di scrivere e che uscirà il 10 settembre per Einaudi, parlo proprio di questo, del potere che ti dà saper leggere e scrivere bene, il potere delle parole. La lingua è ovunque, non è un privilegio e non deve esserlo».

HATER E GRAMMAR NAZI. Le parole hater e grammar Nazi rimbombano di continuo nelle nostre orecchie: da un lato c’è chi sul web riversa odio e frustrazioni, dall’altro chi ha fatto di una presunta difesa della lingua la sua bandiera. Come leggere questi fenomeni? Non sono forse due facce della stessa medaglia? «La rete ha aperto un sacco di contesti di confronto anche tra livelli della società che prima non si toccavano – chiarisce Vera Gheno – e questo non sempre piace agli intellettuali, non abituati a ricevere contestazioni colorite. Chi non è abituato a parlare e a scrivere in pubblico probabilmente ha meno remore, meno freni. A me fa più impressione l’odio espresso in maniera composta da chi invece è bravo a comunicare, perché lì ci sta una precisa strategia. Per quanto riguarda i grammar Nazi, secondo me non sono veri amanti della lingua. Chi ama veramente la lingua sarà invece un “grammamante”, che sa che la lingua cambia di continuo, che i linguaggi giovanili sono per forza orrendi alle orecchie degli adulti; che se uno scrive “se lo sapevo non venivo” su Whatsapp non sta sbagliando, l’importante è che in contesti diversi sappia che la forma corretta è “se lo avessi saputo non sarei venuto”; sa che “a me mi” è sbagliato se stai scrivendo al Presidente della Repubblica, ma in contesti informali è possibile dirlo. La parola grammar Nazi ha in sé un significato brutto, io non la userei».

 

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