Dall’occasione alla vocazione: sfidare i nostri limiti per trovare un posto nel mondo

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Nella società di oggi siamo abituati a pretendere che la realtà si pieghi alle nostre esigenze. Ma che fare quando ciò non accade? Giuseppe Costanzo della Pinocchio Onlus, sulla scorta dell’editoriale sulla resistenza di Giorgio Romeo, ci invita ad imparare a non pensare che tutto ci sia dovuto e cominciare a mettersi in gioco, assecondando gli eventi fino a quando i nostri disordinati desideri incontreranno il percorso giusto

Una sfida, oggi, si pone di fronte a noi: coniugare disincanto e coraggio e far sì che i sogni non tramontino, malgrado le ostilità del quotidiano. Penso, però, che questa non sia una sfida generazionale, ma una lotta, soprattutto interiore, tipica dell’uomo di ogni tempo e luogo. Parlo da persona che ha lasciato la Sicilia per provare a realizzare ciò che animava il mio cuore. Non l’ho fatto con un piano preciso (non sapevo bene cosa fare), ma per seguire tracce che potessero aiutarmi a trovare la strada.

Ho avuto esperienze professionali anche al Sud (Napoli e Palermo), ma non rispondevano alle mie vere esigenze, al mio desiderio. Ho scelto il nord (oltre che per motivi affettivi, seguendo comunque una siciliana) per un motivo molto semplice: non sapendo cosa fare della mia vita, ho pensato che un maggior numero di possibilità potessero schiarire la mia vista e sostenermi nella scelta. Insomma, un bosco con tanti funghi aiuta colui che li raccoglie e lo induce a cercare con maggiore entusiasmo quello per cui è partito prima che il sole sorgesse.
Altro tema che andrebbe analizzato e che mi interroga molto è quello della “delusione generazionale”. Sono del 1986 e credo di entrare di diritto nel gruppo dei delusi. Tuttavia, faccio fatica a identificarmi con i miei coetanei. Delusi da chi e da cosa?

La canzone di Gaber, Il Grido, è la giusta risposta a questa nostra delusione. Non credo che la realtà debba garantirmi qualcosa che desidero. Studiamo come i nostri genitori e come loro cerchiamo il nostro posto nel mondo. La realtà è un contesto in cui operiamo, in cui sfidiamo i nostri limiti, non un supermercato dove trovare ciò che ci serve e risentirci per quello che manca. Quello che noto è una pretesa che sale rispetto ad una consapevolezza dei propri limiti che scende vertiginosamente.

Mi sono laureato nei tempi giusti, ho lavorato, mi sono licenziato quando il lavoro non mi soddisfaceva, ne ho trovato uno che ad oggi mi soddisfa e mi sono rimesso a studiare per crescere nel luogo in cui opero. La realtà è semplicemente il contesto in cui mi muovo, la delusione degli anni passati solo un limite personale che mi rendeva incapace di fare quello che suggerisce Ortega y Gasset che ricorda: «c’è l’io e la mia circostanza; la mia libertà consiste nel trasformare la mia circostanza nella mia vocazione». Questo non vuol dire che tutto va bene, che il sistema funziona a dovere. Vuol dire solamente che una buona testardaggine può salvare, che una testa dura può abbattere le pareti più scontrose. Lavoro in una cooperativa che si occupa, tra l’altro, di tossicodipendenza.
Diciamo spesso ai ragazzi che il loro percorso tossico, inizia da un desiderio bello che si ammala e svia.
Ogni tanto provo ad applicare questo intendimento a persone “normali” e mi rendo conto che accade la stessa cosa. Un desiderio di affermarsi deluso, non trova la giusta soluzione e diviene frustrazione, infelicità, in alcuni casi violenza.

Nei tanti lavori che cambiavo, accadeva proprio questo: non sfidavo la realtà, la aggiravo. Trovi la tua strada e cambi l’aspetto della realtà solo se accetti il rischio e la sfida del cammino. Un teologo tedesco diceva che non si cammina solo per arrivare, ma anche per vivere. Le persone e gli strumenti che il presente offre potranno essere d’aiuto solo se, camminando, vivi. Se è solo una corsa per arrivare all’obiettivo finale, tutto si riduce. Ho passato tanti anni a violentare la realtà, con il solo risultato di essere a mia volta violentato. Quando si parla di lavoro, si parla di ciò che più di tutto riempie la vita di un uomo, dopo la relazione. Se non prendi sul serio questa cosa, mandi tutto a fondo, ti perdi in ciò che non vuoi ma devi fare. La realtà è un’occasione, ricchezza di segni, di un presente che ama e ti ama. E il desiderio che ti fa intraprendere la strada, sembra brutto da dire, ma ha ragione Lacan, ha bisogno di una castrazione simbolica. Se Legge e desiderio non si incontrano, se non trovano una sintesi, che si realizza nella realtà e nel rapporto con l’altro, la nostra pretesa diventa patologica.
Un desiderio senza limite, senza una condivisione, è come un cibo senza sapore, ne puoi mangiare un’infinità, ma non sarai mai appagato. Un desiderio che trova una legge, un ordine, l’altro, è come il vento che accarezza l’anima, ti rinfresca e ti fa gustare i sapori del reale.

 


Giuseppe Costanzo è fundraiser e responsabile promozione e sviluppo della bresciana Pinocchio Onlus, associazione che si occupa della risocializzazione e del reinserimento lavorativo dei carcerati, dell’accoglienza e della riabilitazione dei tossicodipendenti e della cura dei soggetti affetti da disagi psichiatrici. Per un approfondimento sulle loro attività e sulla storia di Giuseppe, vedi qui.

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