Come racconta Andrea Camilleri nel suo racconto Il giorno che i morti persero la strada di casa la notte tra l’1 e il 2 novembre in ogni casa siciliana facevano ritorno i morti, «non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi». Una visita tanto attesa dai bambini che riponevano la propria cesta sotto al letto, dopo aver recitato la filastrocca “Armi santi, armi santi/Iu sugnu unu e vuatri siti tanti/Mentre sugnu ʼntra stu munnu di guai/Cosi di morti mittitiminni assai”, con l’eccitazione di scoprire quali doni avrebbero trovato la mattina seguente, quando al loro risveglio sarebbe iniziata la caccia al tesoro di dolci e giocattoli nascosti accuratamente dai cari defunti per casa. «A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: “Che ti portarono quest’anno i morti?”».

DOLCI TRADIZIONI. Tra i regali più gettonati, i giocattoli e i tipici dolci “dei morti”, che ancora oggi arricchiscono le tavole siciliane per la ricorrenza. «Non mancava mai ‒ racconta Camilleri ‒ il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza», a cui si aggiunge anche la coloratissima frutta di Martorana a base di pasta di mandorla, tipica della festa ma che abbellisce tutto l’anno le vetrine delle pasticcerie. Tra i doni anche le ossa di morto (per la forma), biscotti dolcissimi e molto croccanti, i tetù (i totò, uno a te e uno a me) che già dal nome invitano alla condivisione, noti anche come bersaglieri, tondi o dalla forma allungata, al cacao o nella variante regina (ricoperti di glassa bianca al limone), e ancora i mustazzola, dolci al vin cotto ricoperti di sesamo (ciciulena in dialetto). Tipici del catanese gli ʼnzuddi, dolci alle mandorle e al miele dalla forma piatta e con una mandorla posta al centro, il cui nome deriverebbe dalle Suore Vincenziane che si pensa li abbiano inventati e donati a Messina dopo il terremoto del 1908. Dell’area etnea fanno parte anche le Rame di Napoli, una probabile versione culinaria delle monete di rame coniate durante il Regno delle Due Sicilie, biscotti morbidi al cacao e ricoperti di cioccolato, semplici o nelle versioni più moderne, come quella al pistacchio.

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