«La mia solitudine
voluta da Dio»:
Isravele, l’eremita
che veglia su Palermo

A piedi scalzi, con le scarpe da trekking, in bici, in macchina, in motorino o in ginocchio: chi nasce a Palermo ha fatto, almeno una volta nella sua vita, “l’acchianata” verso Monte Pellegrino. In molti salgono come segno di devozione, per omaggiare Santa Rosalia; alcuni si allenano, altri sono turisti o gente che ha deciso di passare in montagna un week-end primaverile. Tutti i palermitani l’hanno fatto, e se non l’hanno ancora fatto, prima o poi lo faranno. In pochi però sanno che quello della Santuzza non è l’unico santuario a sovrastare le alture di Palermo.

Esattamente di fronte Monte Pellegrino, a circa 580 metri sopra il livello del mare, a metà strada tra gli abitati di Mondello, Tommaso Natale e Sferracavallo, si erge isolato Monte Gallo. In cima, sul versante nord, un antico semaforo marino di epoca borbonica, oggi riadattato a santuario da Isravele, l’eremita che da ben ventiquattro anni lo abita. 

Il “santuario” di Isravele

La vista che regala agli escursionisti che giungono in cima è mozzafiato e quando il meteo è favorevole si riesce a vedere persino l’Etna. Ma la vera fortuna, dopo aver percorso per circa quaranta minuti la lunga e ripida salita di “via Santa” (nome con cui l’eremita ha ribattezzato il sentiero che porta al santuario), è scorgere la porta del semaforo aperta.  Poggiato sul parapetto, Isravele – “elevarsi” se letto al contrario -, con grande umiltà e gentilezza, accoglie visitatori e curiosi nel suo tempio sacro, ricco di simbologia biblica. Una folta barba bianca, gli occhiali da sole ed un cappello bianco in testa, indossa un maglione di lana e dei pantaloni usurati dal lavoro. L’eremita si intrattiene con chi gli si avvicina: «Sono nato qua e proprio qua mi ha mandato Dio. Il faro simbolicamente ha a che fare con la luce, Dio è la luce, una luce in mezzo alle tenebre. Ognuno di noi dovrebbe essere un faro».

A colpire i visitatori, già gli esterni della struttura. “Tutto è compiuto, il regno inizia. Come i nuovi cieli e la nuova terra che sto per fare, dureranno per sempre davanti a me” recita una scritta sulla facciata, tutt’intorno mosaici e stelle di David. Sulla torre principale si intravedono degli angeli. Sul pavimento, invece, l’invito a togliersi le scarpe prima di entrare: “Off shoes”. 

I mosaici che decorano l’interno

Uomo di grande fede, attento conoscitore delle Scritture, Nino – il suo vero nome – prima di salire su monte Gallo, faceva il muratore e viveva a Palermo con la famiglia. Poi il sogno. «Dio gli presentava due gemelli – si legge in un saggio di Eva Di Stefano, guida dell’Osservatorio Outsiderart dell’Università di Palermo – un doppio Gesù Cristo. Uno dei due aveva il suo volto, in definitiva era lui stesso». Allora si convinse di essere stato chiamato a compiere un percorso spirituale e di radicale solitudine: «Mi importa che la gente si converta – dice – non che si parli di me».

Nessun telefonino né televisore. Con l’ausilio di due pannelli solari, Isravele ascolta la radio e illumina l’ambiente al calar del sole. E anche se nella notte, d’inverno, a 500 mt d’altezza il freddo si fa sentire, l’eremita non si scoraggia. È la fede a scaldargli il cuore. «La casa – racconta – è il simbolo della mia fede che non vacilla. È fatta sulle rocce e non si indebolisce. Il Signore mi riscalda con il suo spirito».

Con dedizione, perseveranza ed una straordinaria pazienza, l’eremita palermitano decora gli interni e gli esterni della struttura, apportando giornalmente piccole modifiche rappresentate da disegni e mosaici che rimandano alla sua concezione di religiosità e che, in definitiva, rispecchiano la sua testimonianza più sentita: «Dio è uno solo per tutte le religioni. Le chiese si devono comportare come una sola famiglia verso il Signore».

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