La storia della “giara”, il recipiente siciliano utile per ogni occasione

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Fin da sempre, questa sorta di grande vaso ha rappresentato un concetto ben preciso, ovvero quello di un contenitore per liquidi. I suoi usi e le varianti di materiali, però, si sono diversificati nel corso della storia

È stata resa famosa in tutto il mondo da Luigi Pirandello, ma in Sicilia esisteva già da molti secoli. La storia della giara o giarra, infatti, inizia durante il periodo della dominazione araba, tant’è che l’etimologia della parola è da fare risalire proprio a questa lingua semitica. L’isola ne diventò poi produttrice nel Medioevo e con lei viaggiò questo curioso termine, che si diffuse dapprima nelle città marinare italiane e poi nei principali porti di tutta Europa (vd. il sostantivo inglese jar, che oggi significa vasetto o barattolo).

Fin da sempre, la giara ha dunque rappresentato un concetto ben preciso, ovvero quello di un recipiente nato per contenere un liquido. I suoi usi e le varianti di materiali, però, si sono diversificati nel corso della storia, portando a definire giara una vasca cilindrica che contiene l’acqua potabile da distribuire nelle abitazioni, così come un vaso di terracotta dal collo largo alla base e stretto in punta, o ancora i prismi di amianto o di cemento che fungevano da riserva direttamente nelle case di molti abitanti siculi.

Nel 1800, secondo quanto riportato in Navarra, nelle giare (o giarri) «i sorbettieri danno i gelati men densi», a testimonianza del multiforme utilizzo di questa denominazione nella vita quotidiana. Nel famoso atto unico La Giara che menzionavamo in apertura, invece, il recipiente diventa la nuova e imprevista casa di Zi’ Dima, l’inventore di un mastice miracoloso che rimane intrappolato dentro il grande vaso e non ha intenzione di venirne fuori, un po’ perché il collo affusolato della giara glielo impedisce, un po’ perché con la scusa eviterà parecchie grane, la prima delle quali sarebbe un risarcimento da pagare al proprietario Don Lollò, nel caso in cui per essere tirato fuori si dovesse farne a pezzi il contenitore.

E c’è di più. Nelle credenze popolari, oltre a essere considerato in effetti un luogo di quieto isolamento dal mondo, la giara era anche protagonista di molti modi di dire in dialetto. La giarra senza coddu (giarra senza collo), per esempio, era una metafora che indicava una persona di bassa statura, di corporatura imponente e con un collo quasi inesistente. Di comprensione meno immediata è invece l’espressione Purtari a giarri a Santu Stefanu di Camastra, cioè portare i vasi a Samo – in altre parole, in un luogo del tutto inutile.

Ai giorni nostri la giara è rimasta comune nelle zone rurali o nei paesini dell’entroterra, conservando il fascino popolare e linguistico della sua lunga storia locale.

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