«La religiosità dei siciliani, che scade spesso e volentieri in superstizione, trova la sua verità nel momento del lutto religioso, nella rappresentazione della Passione, nel pianto e nell’urlo di Maria che è tanto simile al pianto e all’urlo di ogni madre ferita a morte e disperata». Così Andrea Camilleri, in una delle sue inimitabili affabulazioni, sezionò con chirurgica precisione l’animo siciliano e il suo rapporto privilegiato con le festività pasquali. Benché, infatti, gli isolani non manchino di vivere ogni ricorrenza con partecipazione, è proprio durante la Settimana Santa che la loro natura più profonda si svela. Che la propria attitudine, vivacemente divisa tra malinconia e smania di riscatto, trova il suo riflesso nelle tradizionali celebrazioni. «Alcuni pensano – continuava il papà di Montalbano facendo riferimento anche ad una considerazione di Umberto Saba – che la continua presenza della morte nei pensieri dei siciliani sia un lascito della dominazione spagnola. Ma io credo che spagnola sia solo la pompa della morte, la sua ritualità, direi quasi la sua messinscena. Penso invece che il senso della morte sia un elemento connaturato: è il pensiero della morte che infine aiuta a vivere, ha scritto un poeta. Per tale ragione in Sicilia la Pasqua si carica di una valenza che travalica quella di un appuntamento memoriale o di occasione per il rinnovamento della fede: è una tappa esistenziale, che ci ricorda l’importanza di resistere ai momenti di sconforto per uscirne più forti e consapevoli.

I “Giudei di San Fratello”

Non è un caso che, sparsi in giro per la Trinacria, contestualmente alle manifestazioni di penitenza e di riflessione, si ripetano ogni anno delle peculiari forme di liturgia connesse ai concetti di prosperità e di rifioritura. Riti antichissimi le cui tracce originarie si perdono agli albori della storia, testimonianze preziose e uniche nel loro genere della stratificazione culturale alla base dell’identità siciliana, incardinata certamente sui valori cristiani da un lato ma debitrice di un vivido substrato paganeggiante dall’altro. Emblematica, da questo punto di vista, la pratica dei “lavureddi” (che annualmente, ogni Giovedì Santo, anima la comunità di Menfi nell’agrigentino). Tradizione vuole, infatti, che ai piedi degli altari delle chiese vengano allestite delle riproduzioni del Santo Sepolcro abbellite con piante, fiori e, appunto, i cosiddetti “lavureddi”, vale a dire cereali e legumi fatti germogliare al buio e offerti in segno di devozione. Un chiaro rimando non soltanto agli ancestrali cicli della semina e al mito greco di Demetra che, in corrispondenza dell’avvento della stagione primaverile, riaccoglie accorata la figlia Persefone dopo i mesi trascorsi agli Inferi come sposa di Plutone, ma anche ai giardini di Adone. Al bellissimo giovinetto amato da Afrodite e morto prematuramente, del resto, è abitualmente associata l’immagine rigogliosa dei fiori, raccolti e organizzati in cesti dalle donne, che traggono vita e nutrimento dalla luce solare. E come non citare i “Diavulazzi” che invadono le strade di Adrano (CT) nella mattina di Pasqua? Rappresentazione sì del contrasto biblico e universale tra Bene e Male, ma anche espressione di un’iconografia horror fortemente affine a certe espressioni folkloristiche africane e norrene. E che dire delle processioni ennesi ispirate alle confraternite di epoca medievale? O della Festa dei Giudei, nel messinese, dove i cittadini, impersonando coloro che condussero Cristo al Calvario, indossano dei costumi peculiari contraddistinti da una giubba rossa e da vistosi copricapi simili ad elmi? Affascinanti e per certi versi misteriosi, tanto da spingere il Pitrè ad affermare: «Se tu cerchi di sapere chi essi siano, non ci riuscirai, tanto artificiosamente essi sono mascherati e tanto si adoprano a non farsi riconoscere. Il silenzio è assoluto e perciò è il loro gran segreto».

Il costume della processione ennese

La Pasqua, insomma, è come una lente d’ingrandimento sulle nostre complessità, sulle fondamenta di un passato così significativo e variegato da invadere con autorità il territorio del presente. In questa commistione tra spiritualità e credenza, tra mondo terreno e mondo ultraterreno, tra mito, storia e Scritture si snoda la festa di ogni siciliano, che sente di appartenere intimamente all’infinito movimento del tempo e della natura. Alla rivalsa della vita che, fissando il suo opposto negli occhi, afferma la sua superiorità.

Serena Pasqua a tutti voi, cari lettori!

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