«Allora, nel crepuscolo mattutino, quando erba e foglie eran pregne di rugiada, schiere di donne avanzavano tra le file dei cespugli, piegate, il grembiule a sacca, a staccare i boccioli delicati. Seguivan le bambine, come spigolatrici, a cogliere qua e là le residue gemme, assonnate, rosse le mani». Così Vincenzo Consolo, in L’olivo e l’olivastro, descrive le dure condizioni di lavoro a cui erano sottoposte le gelsominaie. Ma chi erano esattamente? E perché sono passate alla storia?

LA RACCOLTA DEI GELSOMINI. A partire dagli anni Trenta, a seguito della crisi del vino da taglio, fino agli anni Settanta, quando le essenze furono riprodotte in laboratorio, molte delle terre della piana di Milazzo furono destinate alla coltivazione del gelsomino. Ad essere impiegate donne e bambine, le cui mani erano più adatte alla raccolta di questo delicato fiore dal profumo intenso. Dalla notte fino alle prime luci dell’alba dei mesi estivi e autunnali, quando il fiore si schiude prima del sorgere del sole, le gelsominaie lavoravano intensamente con i piedi immersi nella terra bagnata, spesso causa della comparsa di infezioni, e la schiena bassa, per una paga a peso che si dice fosse di 25 lire per un chilo di gelsomini. «Un lavoro molto brutto, diciamo la verità. Però si faceva. Non c’erano altre risorse e si faceva quello», testimonia la signora Tindara, che iniziò a lavorare a 12 anni, in un servizio mandato in onda dal TGR. I gelsomini raccolti dalla tasca dei grembiuli venivano riversati dentro le ceste che, una volta colme, venivano trasportate nelle distillerie della città, dove i fiori venivano semilavorati per ottenere la concreta che successivamente veniva spedita in Inghilterra e in Francia per la produzione di profumi. «Ma un giorno le raccoglitrici incrociarono le braccia e fecero cadere a terra il gelsomino delicato, che il sole appassì e fece nero», racconta ancora Vincenzo Consolo.

LA PROTESTA. Nell’agosto nel 1946 le gelsominaie si riunirono in protesta per reclamare migliori condizioni di lavoro. A guidare e coordinare lo sciopero, il primo di un percorso di consapevolezza e rivendicazione, il sindacalista Tindaro La Rosa, impegnato per anni nella difesa dei diritti di contadini e operai, a cui in seguito si unirà anche la moglie Eliana Giorli, toscana e staffetta partigiana, giunta nella città messinese nel 1952. Grazie agli scioperi e alle manifestazioni, che proseguirono nel tempo, ottenendo una certa eco anche al di fuori dei confini regionali, la paga venne raddoppiata e continuò a crescere fino agli anni Settanta, quando cessò la produzione. Alle gelsominaie vennero inoltre forniti stivali e grembiuli cerati come protezione dal freddo e dall’umidità. Nel novembre 2013, vent’anni dopo la morte di La Rosa, il comune di Milazzo ha intitolato due vie al sindacalista e alle gelsominaie, protagonisti di una lotta che profuma di dignità.

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