“Le muse siciliane”: il “canzoniere” che custodisce la storia della poesia isolana

È una raccolta monumentale, quella curata e pubblicata nel 1645 da Giuseppe Galeano. Una raccolta in cui i grandi protagonisti della lirica rinascimentale e manieristica siciliana – da Antonio Veneziano a Bartolomeo Asmundo – convivono con autori che altrimenti, senza questo sforzo di preservazione, sarebbero stati dimenticati. E con personaggi di alto rango sociale: a testimonianza di come, un tempo, l’arte poetica fosse un’esperienza centrale del nostro orizzonte culturale. Non solo mezzo espressivo, ma simbolo in cui riconoscersi

Deve molto, la letteratura, ai suoi custodi silenziosi. A quei trascrittori determinati che, in nome di una ineffabile spinta morale, non hanno temuto di sprofondare nell’anonimato o nell’oblio. A quegli operai instancabili che si sono spesi per ritrovare, ricucire, riscoprire, riannodare tradizioni apparentemente perdute. O per salvaguardare, con lungimiranza, ciò che i posteri avrebbero dovuto necessariamente conoscere. Verrebbe quasi da immaginarli come degli avventurieri solitari, intenti a districarsi tra gli infiniti viali di biblioteche polverose. Come archeologi minuziosi, intenti a datare e a mettere ordini tra strati sovrapposti. Come dotti viandanti che hanno messo il proprio ingegno al servizio di una missione più alta del singolo diletto. E se la memoria non può fare a meno di correre istintivamente ai manoscritti benedettini, numerose altre sono state le operazioni che hanno preservato l’identità di intere culture, di interi blocchi di storia dei quali, altrimenti, conosceremmo decisamente meno: basti pensare ai canzonieri provenzali, ai diwan dell’area mediorientale, alle prime antologie che fecero la loro comparsa in concomitanza con la crescente diffusione delle prime stampe. Sillogi liriche che hanno restituito alla collettività testi divenuti centrali nella storia letteraria, ma che hanno anche contribuito a far riemergere dalla coltre di nebbia del tempo versi pregiati, nomi sparuti, di cui è stato possibile apprezzare la dignità e la qualità. Su questi enciclopedici, ciclopici florilegi sono stati costruiti e strutturati canoni secolari, modelli di indiscutibile autorevolezza che hanno indirizzato – e in certi casi persino allevato – intere generazioni autori. Una di queste imponenti imprese fu intrapresa proprio in Sicilia, per merito del giurista e letterato palermitano Giuseppe Galeano, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Giuseppe Sanclemente. Fu lui, infatti, a curare la composizione e la pubblicazione nel 1645 di Le muse siciliane, una raccolta in quattro volumi della lirica prodotta in siciliano a cavallo tra XVI e XVII secolo, successivamente ampliata per includere anche testi in prosa e commenti critici. Un’opera ancora oggi insuperata, che racconta molto non soltanto del modo di fare poesia di un’intera epoca, ma anche di quanto quest’ultima fosse intrinseca alla società, al suo modo di intendere la cultura, e al rapporto complesso che intratteneva con il potere.

Perché il “catalogo” di Galeano porta con sé una profonda, significativa simbologia. Una gerarchia studiata, che si traduce in norma, in perenne riconoscimento. Ad aprire l’opera, infatti, e ad occupare una vasta porzione del primo volume, sono i componimenti di Antonio Veneziano, il “Petrarca siciliano” – come è stato più volte definito – che già i coevi avevano riconosciuto come inarrivabile esempio di maestria. Il suo poetare ardito, il suo stile pienamente erede della grande tradizione umanista, nonché la sua vita rocambolescamente vicina al mito, lo resero certamente un nume tutelare che ogni intellettuale nono poteva permettersi di ignorare. Al suo fianco, ad ulteriore riprova di una raffinata capacità di accostamento del redattore, la figura di Bartolomeo Asmundo, il catanese che, introducendo nell’isola l’utilizzo dell’ottava di memoria boccacciana, fece da collante con buona parte della produzione successiva, che assunse quel metro come approccio prediletto alla lirica. Ed è proprio quel metro, l’ottava siciliana, a rappresentare una componente fondamentale dalla raccolta, che include numerose “canzuni” amorose. Appartenenti anche a personaggi, per certi versi, sorprendenti. Spulciando l’incipit del secondo volume, ci si imbatte, in effetti, in una riverente dedica verso Don Luigi Moncada, Duca di Montalto e Principe di Paternò, nonché cardinale al servizio del regno spagnolo. Esaltato come mecenate sensibile e generoso, viene insignito del privilegio di aprire la seconda parte della silloge con un suo componimento, che ancora una volta ricalca gli stilemi petrarcheschi della lotta interiore, della fuga dalle vanità del mondo, del bisogno di una quiete quasi spirituale:

1.
«Navi sbattuta sù che ntra lu mari
Di li pinzeri mei m’annegu ogn’hura;
Curru per persu, ohimé, curru a pruvari
Di tempestusi Oceani la Furtuna;
Llà li riposi mei speru truvari,
Finisci adunca la mia sorti dura;
Haia terminu ormai lu navigari,
Dammi pietusu mari sepultura.

2.
Troppu la sorti ria, troppu la Sorti
Miseru mi conduci all’ultim’hura;
Troppu lu beni, ohimé, troppu la Morti
Di mia s’arrassa, e lu penari dura.
A l’estremu lu ciatu à lu chiù forti
Termini arriva, mala mia sventura.
Quandu aspettu quieti à li mei torti
Tandu adispettu miu la vita indura».

Don Luigi Moncada

Nell’iterazione di un modello consolidato non si percepisce, tuttavia, soltanto l’intento dell’emulazione: quanto, piuttosto, il coinvolgimento che anche le classi privilegiate nutrivano per la poesia. Scrivere in versi non era appena adoperare un mezzo espressivo, ma ricercare un veicolo mediante il quale ottenere un riconoscimento, esporre il proprio ingegno come parte integrante di una dimensione etica. La stessa dimensione di rimandi, di consuetudini, e di sentite citazioni – dalla Scuola Poetica Siciliana a Cavalcanti – che anima, ad esempio, uno dei componimenti di Lorenzo Pegolo e la sua concezione dell’amore come somatizzazione fisica di un dolore interiore:

«Già di lu cori meu scippu li chiova,
Già la benda di l’occhi arrassu, e strazzu.
E già cu troppu esperentia, e prova
Lu pettu, già di focu, hora è di iazzu.
Dunati a lu to indignu, e cerca, e trova
Per mia chiù peni, e guai, chi s’iu mi sfazzu
Pr’una chi di l’Infernu è furia nova,
Di la stissa pazzia chiù assai sù pazzu
».

Lorenzo Pegolo

In questo straordinario patrimonio giace tutta l’essenza lirica di un popolo votato alla poesia, alla declamazione, al sentimento. Tutto il carico di affanni, di speranze, di intensità, di genialità di una terra legata a doppio filo alla scrittura. Una terra che si è conquistata, grazie alla tenacità di chi con pazienza ha tenuto insieme anche le tessere più minime di questo mosaico, il privilegio di avere un passato da consultare e da contemplare.

(In copertina: Ph. Alessio Fiorentino | Unsplash)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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