«Chi trova un amico trova un tesoro», recita un proverbio tanto antico quanto celebre nel nostro Paese. Perché avere nella propria vita una persona di cui fidarsi, su cui contare, con la quale condividere esperienze di ogni sorta e riflessioni serie o facete è senza dubbio una fortuna inestimabile, specialmente quando il mondo sembra volerci crollare addosso per l’ennesima volta e in un amico troviamo tutto il cunòtto di cui abbiamo bisogno.

Se non avete familiarità con il dialetto siciliano, è possibile però che il concetto del cunòtto, così importante e centrale in ogni rapporto che si rispetti, vi suoni totalmente nuovo. Al di fuori dell’isola, infatti, la parola non è granché conosciuta, pur trovando negli abitanti del posto una forte cassa di risonanza.

«Cunòttati!» si suole infatti dire per esortare qualcuno a farsi una ragione di un chiodo fisso che lo assilla, così come l’arte di cunottàrsi è universalmente nota (almeno nella Trinacria) perché permette di risollevarsi da un momento di difficoltà con le piccole e grandi cure quotidiane alle quali si riesce a pensare. In altri termini, potremmo insomma definire il cunòtto come una coccola emotiva, un escamotage affettivo e consolatorio del quale un amico è spesso uno dei principali portatori sani.

E se vi state chiedendo da dove derivi l’etimologia di un lemma così altruistico, vi stupirà forse sapere che le notizie sulle sue origini sono ancora vaghe e incerte. L’ipotesi più accreditata vede questa voce derivare da una pietanza semplice, da una specialità culinaria che trova nella facilità e nell’umiltà dei suoi ingredienti la sua caratteristica peculiare, e che tuttavia riesce con la sua genuinità a regalare soddisfazione e sazietà a chi se ne nutre.

Una teoria affascinante, per quanto ancora poco approfondita, che pur nel suo carattere generico riesce a conferire al cunòtto un’ulteriore sfumatura di delicatezza e di bontà, connaturata da secoli nell’animo di qualunque siciliano che si rispetti.

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