L’intelligenza artificiale ha il potenziale per rivoluzionare le nostre vite, migliorando incredibilmente la nostra libertà e la nostra creatività. Tuttavia, il rischio di una nuova generazione di minacce esistenziali per la nostra specie si nasconde dietro il suo progresso. Papa Francesco ha recentemente raccomandato ai fedeli di pregare affinché l’intelligenza artificiale venga usata a beneficio dell’umanità, consapevole che un cattivo impiego di questa possa portare ad esacerbare le disuguaglianze sociali esistenti, o allo sviluppo di nuovi terribili armamenti. Lo scienziato di oggi si trova di fronte al rischio che i risultati della propria ricerca possano trasformarsi in una fonte di atroce sofferenza. Lo stesso rischio che, secondo le indagini condotte da Leonardo Sciascia, indusse Ettore Majorana a sparire senza lasciare traccia, evitando che le proprie scoperte geniali sulla fisica dell’atomo potessero essere impiegate per la creazione di armi nucleari. La comunità scientifica odierna, però, è profondamente diversa, più aperta e consapevole. Avrebbe oggi Majorana ancora il bisogno di dileguarsi?

UNA MENTE GENIALE. Era la primavera del 1938 e in Europa spiravano sempre più insistentemente terribili venti di morte. Più tardi in quell’anno, l’Italia avrebbe promulgato le leggi razziali; l’anno dopo, la Seconda Guerra Mondiale avrebbe iniziato a portare distruzione e miseria tra i popoli d’Europa. Majorana insegnava da qualche mese all’Università di Napoli, la cui cattedra gli era stata conferita eccezionalmente per «chiari meriti» scientifici da una commissione presieduta da Enrico Fermi, suo mentore e più noto esperto di fisica nucleare d’Italia. Fermi conosceva bene Majorana: nei precedenti anni il giovane catanese aveva gravitato intorno al suo gruppo di ricerca in via Panisperna, a Roma, dove si studiavano le basi teoriche della scienza che avrebbe condotto, anni dopo, allo sviluppo delle prime armi nucleari. Quel che Fermi conosceva meglio di Majorana erano il suo genio e la sua straordinaria capacità di previsione, che, uniti ad un carattere riservato, oscuro e riflessivo, distinguevano lo scienziato siciliano dalla maggior parte dei suoi contemporanei.

LA SCOMPARSA. Una mattina, Majorana annunciò per lettera la propria scomparsa, in quello che, agli occhi di Sciascia, appare come un piano volto, sotto lo scudo di una nuova e segreta  vita monastica, a sottrarre la propria scienza dal servizio della guerra. Vaticinarne un tale uso non sarebbe che una delle sconvolgentemente precise previsioni di Majorana che riuscì, per esempio, a prevedere la struttura dell’atomo molti anni prima che questa scoperta fruttasse un premio Nobel. Allo scienziato catanese non interessava condividere queste scoperte o riscuoterne il successo; il suo vero interesse era indagare la natura per capirne l’ordine intrinseco, sfuggendo a possibili strumentalizzazioni. Fermi, suo mentore, doveva trovare questo modo di essere davvero bizzarro, visto che proprio lui divenne pochi anni dopo una delle figure chiave nel laboratorio di Los Alamos che sviluppò la bomba atomica. 

UN FUTURO DIVERSO? Majorana fu costretto alla sua scelta. Le pressioni sociali dovute all’imminente guerra e alla dittatura erano immense. La comunità scientifica era sotto il controllo della politica, senza una vera coscienza organica delle proprie responsabilità, e nessuna nazione avrebbe accettato di rinunciare ad una mente come quella di Ettore Majorana. Per nostra fortuna, la comunità odierna di ricercatori in intelligenza artificiale è profondamente diversa da quella dei fisici nucleari del tempo, essendo caratterizzata da un profondo senso di responsabilità verso le conseguenze esistenziali del proprio lavoro: una lettera aperta che chiede il divieto assoluto dell’impiego di armi basate sull’intelligenza artificiale è stata firmata da migliaia di ricercatori; alcuni tra i più grandi studiosi, mossi da crescente preoccupazione, hanno redatto statuti con l’obiettivo di bloccarne sul nascere ogni uso improprio o pericoloso; le più grandi conferenze obbligano i partecipanti a discutere le conseguenze etiche delle loro ricerche. Nonostante eventuali pressioni istituzionali, i grandi geni, i padri della disciplina, non hanno paura di essere in prima linea nell’assicurarsi che le loro scoperte vengano usate per il bene collettivo. Una fortuna che Majorana non poté avere ma che avrebbe oggi, nel tempo di una scienza in ogni senso più matura e libera. Oggi, forse, Ettore Majorana non sarebbe scomparso. 

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