Sabino Cassese: «La democrazia per la Generazione 18? Meno dibattito e più scambio»

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Il professore, già ministro della Funzione pubblica nel governo Ciampi e giudice della Corte costituzionale ha commentato i dati della nostra inchiesta sui giovani

Dalla politica, con le difficoltà della democrazia nell’era di internet, al sentimento europeo, passando per la nuova “questione meridionale”. Il professor Sabino Cassese, professore alla School of Government della Luiss e alla Católica Global School of Law di Lisbona e già ministro della Funzione pubblica nel governo Ciampi e giudice della Corte costituzionale, ha commentato i dati di “Generazione 18“, l’inchiesta realizzata dal Sicilian Post in collaborazione con la Fondazione Domenico Sanfilippo editore.

LA DEMOCRAZIA OGGI? MUTATA DALLA RETE. Il sentimento preponderante sulla politica che emerge dalla nostra inchiesta è di smarrimento. I giovani siciliani della “Generazione 18” manifestano un interesse al voto ma non si sentono rappresentati dai vari schieramenti. Le sezioni giovanili dei partiti sono praticamente deserte e la maggior parte degli intervistati (il 54%) dichiara di parlare di politica tra le mura domestiche. Più approfondito nei temi, ma anche più raro (sceglie questa opzione il 30% del campione) il dibattito a scuola. Se incrociamo questi dati con la singolarità di una campagna elettorale che ha visto la sparizione dei manifesti e dei comizi in piazza a favore di una forte presenza su internet e social network (spesso con attività dirette alla “pancia” degli elettori) è inevitabile chiedersi quali siano gli effetti sulla democrazia. «Questo cambiamento di contesto – commenta il prof. Cassese – è uno dei fattori delle attuali difficoltà della democrazia. Ma il fenomeno risale a qualcosa di più profondo, segnalato dal collega americano Robert Putnam nel libro “Bowling alone”, la crisi dei fenomeni associativi. La rete ha moltiplicato i contatti, ma li ha resi anche più “leggeri”. C’è meno dibattito, più scambio».

Sabino Cassese

UN’EMIGRAZIONE CAMBIATA. Sul tema dell’emigrazione giovanile il nostro campione ha risposto in maniera netta: solo il 19,3% degli intervistati (provenienti per lo più da licei) immagina il proprio futuro nell’isola. Il restante 80,7% lo vede al Nord Italia o in giro per il mondo. «La questione meridionale – spiega il giurista – ha sempre avuto un risvolto più pesante per i giovani. Questo è ora più visibile. Ma ora è anche più facile muoversi, gli abbandoni possono non essere definitivi, i ritorni sono resi più agevoli dai mezzi di trasporto e dai voli “low cost”». Insomma, se da un lato è vero che dalle interviste emerge un certo sconforto all’idea di un’emigrazione forzata a causa dell’assenza di prospettive nel Sud, è anche giusto ricordare come la migrazione oggi non veda più i nostri connazionali partire con una “valigia di cartone”. 

DARE L’EUROPA PER SCONTATA. Durante la sua lunga carriera, il professor Cassese ha contribuito alla definizione dell’amministrazione pubblica europea, in particolare nella veste di presidente dell’European Group of Public Administration (dal 1987 al 1991) e collaborando poi con l’OCSE alla riforma delle amministrazioni pubbliche dei paesi dell’Europa centrale ed orientale. Inevitabile quindi chiedergli un commento sui dati riguardanti la domanda sul “Sentirsi cittadini europei”, alla quale ha risposto solamente poco più di un terzo dei nostri giovani intervistati, dividendosi fra coloro che si sentono parte di un grande progetto politico e coloro che vedono l’Europa come una realtà ritenuta dannosa per le economie e le sovranità nazionali. «Rispetto a questo tema – commenta il giurista – è quasi naturale che i più giovani reagiscano in modo diverso. Non hanno vissuto o percepito i disastri della guerra. Non sanno che cosa vogliano dire le lunghe file ai consolati per i visti e alle frontiere per il controllo passaporti». Insomma, il problema starebbe nel “dare l’Europa per scontata” e si estenderebbe al concetto di diritti e di doveri se consideriamo che i giovani di oggi «non conoscono abbastanza la normativa europea per sapere quanta parte del nostro vivere civile oggi è dominato da essa, e da essa migliorata».

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