Da Racalmuto a Casarsa. Due periferie geografiche ed umane, due solitudini ideologiche volute e mantenute con l’orgoglio di chi non scende a compromessi. Sono stati variamente definiti, questi silenziosi scrutatori del nostro mal costume, questi sprezzanti e inesorabili accusatori dell’ipocrisia borghese: eretici, corsari, polemici, scomodi. E, in effetti, scomodi lo erano davvero, seppur ognuno a modo proprio: taciturno, pacato e introverso uno; prolisso, esagitato e intransigente l’altro. Appare quasi come un paradosso il legame che unisce Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini, facce diametralmente opposte di una stessa medaglia, animi posseduti da impulsi inversi eppure armonicamente riconducibili ad un’unica, saggia voce. Fu quasi destino che i due diventassero amici pur avendo ridotte possibilità di incontrarsi dal vivo: in fondo, bastava che uno leggesse le opere e le opinioni dell’altro perché istintivamente si sentissero vicendevolmente riflessi, compenetrati nelle proprie preoccupazioni e nei propri desideri. Un binomio esplosivo e permanente, che resistette con forza alla tragedia che lo troncò improvvisamente. Lasciando traccia persino in un’epoca, la nostra, tanto avvezza a dimenticare.

Era il 1951 quando avvenne il primo contatto tra i due: Pasolini si era premurato di ringraziare lo scrittore siciliano, che gli aveva inviato duemila lire per un articolo pubblicato sulla rivista letteraria Galleria, diretta proprio da Sciascia. Il rapporto epistolare tra i due proseguì fruttuosamente lungo tutto il corso degli anni ’50 e ’60, e perfino oltre. La loro vicinanza risultava quasi naturale: i due solevano scambiarsi impressioni sui propri scritti (celebre la recensione che Pasolini dedicò a Favole della dittatura), amavano segnalarsi poeti e correnti emergenti, commentavano fatti di scottante attualità, su cui, spesso, erano stati loro stessi ad intervenire. I due eccelsi scrittori, d’altronde, appartenevano ad una stessa temperie socio-culturale, condividevano tensioni e prospettive. Era ancora l’epoca in cui gli intellettuali non temevano le prese di posizione, in cui gli italiani correvano al mattino in edicola per accaparrarsi la propria copia del giornale – entrambi scrissero, tra gli altri, per il Corriere della Sera – e scoprire come la pensava il vate di turno. Il loro commento divideva e appassionava l’opinione pubblica, e allo stesso tempo tracciava il sentiero verso una verità che altri preferivano celare. Tra i due, era sempre Pasolini a lasciarsi andare alle manifestazioni di dissenso più plateali. Almeno fino al 2 novembre 1975, quando l’autore di Una vita violenta venne trovato senza vita sul lungomare di Ostia. Fu proprio quella di Sciascia la reazione più toccante, raccolta qualche anno dopo il tragico fatto, in un’intervista concessa al giornalista Davide Lajolo. La reazione di chi, in un attimo, si era ritrovato irrimediabilmente abbandonato sul campo di battaglia: «Ho voluto molto bene a Pasolini e gli sono stato amico anche se, negli ultimi anni, ci siamo scritti e visti pochissimo. Quando è morto, e morto in quel modo (assassinato, ndr) mi sono sentito straziato e solo, tanto più solo. Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c’è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte». Sciascia morirà nel 1989: e non è un caso che in questo intervallo di tempo si rese protagonista di alcune scelte parecchio criticate.

Basterebbe metterle una dietro l’altra per rendersi conto del cambio di passo mediatico delle sue critiche: nel 1977 venne pubblicato Candido, ironico ma ugualmente spietato ritratto dei progetti politici democristiani e comunisti; dal 1979 al 1983 militò presso le file per Partito Radicale; nel 1987, infine, si rese protagonista della celeberrima, e spesso fraintesa, polemica sui professionisti dell’antimafia. Sentiva la responsabilità, l’onore, la necessità di raccogliere il testimone, di portare a compimento un progetto difficoltoso ma essenziale, di alzare la voce a costo di andare contro la sua stessa indole. Oggi quel progetto, orfano dei suoi ispiratori, attende qualcuno che ne interpreti i valori. Che metta alla frusta la desolante apparenza delle cose, che non si accontenti passivamente di ciò che gli è dato ma aspiri all’impossibile. Che non miri a sopravvivere giocando un ruolo da comprimario, ma a vivere spiccando sopra la mediocrità. Difficile, ma non irrealizzabile. Parola di Pasolini: «La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare».

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