“Accupàri” e “accuppàri”, ovvero quando una lettera può fare la differenza
Provate a fare un esperimento e chiedete alla prima persona che incrociate di associare tre parole alla Sicilia: tra queste, sicuramente, ne figurerà una riconducibile al campo semantico della luce. L’isola, infatti, è rinomata per le sue condizioni meteorologiche miti e per le lunghe giornate di sole, che anche in inverno rendono gradevole una passeggiata in città o una gita fuori porta. Dal cielo terso alla sensazione di calore che si prova sull’isola, poi, il passo è breve. Ecco perché oggi scopriamo le origini di un termine del dialetto siculo che capita spesso di sentire per strada o di volere utilizzare in prima persona
Ci stiamo riferendo al verbo accupàri, traducibile in italiano con soffocare a causa delle alte temperature, per l’appunto. La sua etimologia sembrerebbe essere riconducibile al catalano, in cui esiste il corrispettivo acubarse, inteso a sua volta come asfissiare, o più informalmente morire di caldo. Senza la particella riflessiva se, il termine vuol dire anche opprimere qualcuno o essere ingombrante, che ben spiegherebbe il significato dell’aggettivo siciliano derivato da questa radice. Una persona accupùsa, infatti, è assillante e morbosa, mentre una mattinata accupùsa non è che il preludio a una giornata di canicola.
Attenzione, però, a non confondere la parola con la quasi omografa accuppàri, alla quale basta una p in più per cambiare radicalmente significato. Nel caso specifico, infatti, il verbo viene dal latino cupa, che anticamente stava a indicare una botte o un gande vaso di legno. In dialetto accuppàri è sinonimo dunque di coprire o nascondere, e non a caso nei secoli scorsi si riferiva anche a un gioco comune fra i più piccoli, che consisteva nel coprire una moneta con il palmo della mano per farla poi scomparire.
L’avreste mai detto che una sola lettera potesse fare fino a tal punto la differenza?
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