In linguistica esiste un concetto chiamato enantiosemia, per il quale una parola che originariamente ha un certo significato può finire poi per designare anche la cosa opposta: un esempio di cui ci serviamo spesso nella vita quotidiana è dato dal termine sbarrare, che vuol dire aprire in una locuzione come sbarrare gli occhi, ma anche chiudere in sintagmi come sbarrare la porta.

Questo fenomeno è presente anche nel dialetto siciliano, che in particolare vede nel verbo cafuddàri la dimostrazione per eccellenza di quanto appena detto. Il lemma, che in altre zone della regione si pronuncia piuttosto come caffudàri, o cafudàri, nella sua prima accezione da dizionario equivale infatti all’italiano sottrarre, rubare, mentre in ottica alimentare può invece riferirsi all’atto di aggiungere fino a scoppiare, rimpinzare, detto sia di condimenti o ripieni presenti in una vivanda sia delle porzioni che dal piatto arrivano dritte dritte nello stomaco.

E in realtà non è finita qui, perché nel caso del dialetto siculo la polisemia è sempre dietro l’angolo, e riserva pure ai vocaboli più inaspettati delle sfumature metaforiche da lasciare a bocca aperta. Nel caso specifico di cafuddàri, da spingere dentro con forza in riferimento ai viveri arriviamo niente meno che all’ambito sessuale, nel quale il verbo vuol dire avere rapporti sessuali senza coinvolgimento emotivo, o addirittura a quello delle risse nel senso di picchiare, alzare le mani.

Né mancano poi sfumature più goliardiche della parola, come si può notare nella frase ‘Sta jurnata ha cafuddàtu per intendere che la giornata appena trascorsa ha spaccato, e cioè è andata davvero bene. Ma da dove deriverebbe un termine tanto poliedrico? Ebbene: a oggi la sua etimologia resta incerta, nonostante l’opinione comune faccia risalire cafuddàri al verbo del latino volgare confullare, attestato nel XIII secolo e proveniente dal sostantivo fullo, -ōnis, e cioè lavandaio.

Ne consegue che il termine si è affermato per descrivere soprattutto l’atto di sottoporre i tessuti alla follatura, per non parlare della pratica dei vendemmiai di schiacciare l’uva con i piedi. Il siciliano deve essersi rifatto soprattutto al secondo uso del latinismo, che con il passare del tempo si è poi ampliato nelle sue accezioni e modalità d’uso, dando vita ai nostri giorni a un curioso fenomeno linguistico.

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