Chi conosce il popolo siciliano, lo sa: per carattere ha sempre l’aria di essere impegnato in qualche attività, di non avere la mente sgombra, di concentrarsi nella realizzazione di un determinato obiettivo, piccolo o grande che sia.

Può sembrare un elemento come un altro, eppure l’inquieta operosità che si mette in atto nella Trinacria è invece lo specchio di un modo di vivere ben preciso, di una consapevolezza che da intere generazioni si tramanda attraverso le parole di un proverbio dialettale: Ccù manìa, nun pinìa. Espressione che, parafrasata in italiano, equivale a dire che chi si dà da fare, chi maneggia qualcosa direttamente, non penerà mai davvero.

L’idea, in altre parole, è che chi sia in grado di adoperarsi per migliorare la propria condizione non avrà mai di che soffrire, o riuscirà comunque a non patire troppo per ciò che gli accade, riuscendo a impegnarsi senza lamentele affinché le cose possano andare quanto prima per il verso giusto – un po’ come ci insegna la morale della favola de La cicala e la formica, se ci pensiamo.

E, poiché nella Trinacria parlare di benessere equivale a parlare di agiatezza economica, il proverbio ha preso piede ed è ora conosciuto in almeno altre due varianti particolarmente significative. La prima è Ccù granìa, nun pinìa, dove granìa è un verbo riferito proprio alla grana, al denaro, che potremmo tradurre come accontentarsi degli spiccoli.

La seconda, invece, è Ccù manìa, ‘mpanìa, riferita al fatto che chi maneggia i soldi se li ritrova sempre attaccati alle mani – ovvero che chi cerca di guadagnare qualcosa non smette mai davvero di vedere circolare certe somme intorno a sé, in un circolo virtuoso che può fungere da incoraggiamento perfino per i meno intraprendenti.

Altro che popolo indolente, quindi: quello siculo lo sa bene che, se non si ha intenzione di patire l’indigenza, tocca rimboccarsi quanto prima le maniche e diventare artefici del proprio destino senza aspettare la manna dal cielo.

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