Oggi analizziamo la natura del rafforzativo a- e dell’inversivo s-. La scelta è ricaduta su di loro per via di una certa distanza concettuale e morfologica rispetto all’italiano, in cui invece il primo è per lo più privativo e il secondo, per quanto anch’esso inversivo, si accoppia a parole di tipo diverso

La varietà lessicale del dialetto siciliano è stata spesso oggetto di interesse e di approfondimento tanto in questa rubrica quanto nei più disparati studi scientifici e linguistici, dal momento che praticamente ogni lemma è il risultato di un’affascinante storia etimologica e culturale, spesso antichissima. Altrettanta attenzione meriterebbero, però, tutti quei modificatori grammaticali che alterano il significato di una parola mediante la loro presenza, come i prefissi e i suffissi.

Oggi analizziamo insieme la natura di due di loro in particolare, rispettivamente il prefisso rafforzativo a- e il prefisso inversivo s-. La scelta è ricaduta su di loro per via di una certa distanza concettuale e morfologica rispetto all’italiano, in cui invece il prefisso a- è per lo più privativo e il prefisso s-, per quanto anch’esso inversivo, si accoppia a verbi, avverbi, aggettivi e sostantivi diversi nell’uno e nell’altro caso.

Se cominciamo da a-, notiamo quindi che nella regione sicula il suo valore è quello di marcare con più forza il significato di un termine, come accade in verbi quali arridùciri (ridurre) e ammuntuàri (nominare). Entrambe le voci rimarrebbero di senso compiuto se eliminassimo il modificatore, trasformandosi nelle varianti ridùciri e muntuàri, che tra l’altro sono spesso utilizzate in alcune aree dell’isola. L’aggiunta di a-, con il conseguente raddoppiamento della consonante che segue, non comporta pertanto modifiche semantiche, ma crea un’ulteriore enfasi sulla parola. Esempio altrettanto indicativo è costituito dal verbo annacàri derivato dal sostantivo nàca, cioè culla, e che abbiamo trattato più nel dettaglio in un appuntamento precedente della rubrica.

Quanto al prefisso s-, invece, quest’ultimo deriva dal latino ex- e, come anticipato, svolge la funzione di capovolgere il significato di un termine. Ciò accade anche in italiano per coppie di antonimi come fiorire/sfiorire, leale/sleale, fiducia/sfiducia, mentre in siciliano si lega soprattutto a verbi che nella lingua nazionale cambiano radice o fanno ricorso a un morfema diverso. Parliamo, per esempio, di canùsciri/scanùsciri (conoscere/non conoscere) abbituàrisi/sbìtuarisi (abituarsi/disabituarsi), che portano spesso gli abitanti dell’isola a supporre l’esistenza in italiano di forme analoghe e a ingannarsi.

Da secoli, ormai studi al riguardo e innumerevoli corpora hanno d’altronde dimostrato che il dialetto siculo non è un’ancella della lingua del Belpaese e si è evoluto per sovrapposizione e commistione di diverse parlate, che hanno comportato un funzionamento interno alla lingua di tipo autonomo e spesso differente dall’italiano, come dimostra l’approfondimento di oggi.

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