Cos’hanno in comune un neonato, uno studente e quella che, nella saga di Harry Potter, la professoressa McGranitt definirebbe una «balbettante, bambocciona banda di babbuini»? Se guardate al dialetto siciliano, scoprirete forse con sorpresa che in comune hanno una sola parola in grado di definire tutti e tre i concetti, ovvero addèvu (o addrèvu, addèu, addèv, addiayu, come sempre in base alla zona geografica di riferimento).

Può sembrare inverosimile, eppure basta guardare all’etimologia del termine per osservare che i conti tornano: il lemma, infatti, deriverebbe da allievo, e dunque scolaro, alunno, inteso però non soltanto come persona che va istruita, ma anche allevata, cioè fatta crescere. In questo senso si spiegano subito il significato di studente e quello di bambino, dopodiché è semplice arrivare all’estensione dispregiativa di bamboccio, come lo è chiunque sia cresciuto, rimanendo tuttavia un po’ infantile nei modi.

A usare addèvu nelle sue tre accezioni è stato anche il grande scrittore Andrea Camilleri, che lo ha inserito nel suo glossario e ne ha descritto le sfumature aggiungendo quella di «piccolo di animale prima che venga separato dalla madre», con la valenza quindi di parto o di reda, e addirittura di «ragazzo»: non soltanto lattante o ragazzino, dunque, ma anche adolescente che non sia ancora arrivato alla maggiore età.

Alla luce di quanto detto, si spiegano facilmente due antichi modi di dire siculi, che sono composti dalle stesse parole e che però alludono a due diverse massime di vita: il primo è Amùri fa addèvu, traducibile come L’amore fa ringiovanire, portandoci cioè a sentirci di nuovo freschi, arzilli, pieni di vita come quando siamo ancora nel fiore degli anni; il secondo, specularmente, è L’addèvu fa l’amùri, stavolta con addèvu inteso proprio come poppante. In altre parole, è un bambino in carne e ossa, cresciuto giorno dopo giorno, a far nascere l’amore nelle persone che si prendono cura di lui.

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