I siciliani, ormai è noto, sono fra coloro che in Italia amano mangiare di più. Si riempiono la pancia fino a scoppiare, eccedendo con porzioni e portate soprattutto in occasioni ufficiali, al punto che i matrimoni della regione fanno concorrenza a quelli pugliesi e campani. Di conseguenza, sarebbe impensabile pensare a un dialetto che non abbia almeno un’espressione pronta a descrivere un tale stato di abbondanza.

Ed eccolo, il modo di dire per eccellenza: a tinghitè, anche noto nelle varianti a tignitè e a tinchitè, in corrispondenza delle diverse aree geografiche di riferimento. Un fraseologismo vero e proprio, utilizzabile non solo in contesti che coinvolgano stomaco e intestino, ma più in generale per indicare un volume che sia superiore a quella prevista normalmente.

Si possono degustare, dunque, primi a base di pesce a tinghitè, come si possono prendere cattivi voti a scuola a tinghitè. Alcuni fra i più giovani utilizzano parolacce o slang caratteristici a tinghitè, e la pioggia che ha inondato campi e valli è caduta a tinghitè. Si potrebbero nominare, insomma, casi e casi a tinghitè per spiegare ulteriormente il concetto, e tutti calzerebbero alla perfezione.

Il curioso termine, a quanto pare, arriverebbe dall’altro lato del Mediterraneo – non dal versante arabo, però, bensì da quello spagnolo. Nella regione catalana, infatti, è stato riscontrato il corrispettivo a tingut tè, che Giuseppe Gioeni ha fatto notare, nel suo Saggio di etimologie siciliane, significherebbe guarda caso “oltre all’avuto, eccoti ancora”.

Una teoria precedente a quanto affermato suggeriva in passato che si trattasse di un’abbreviazione del sintagma alla “ti inghi tè”, ovvero alla ‘ti riempi (perfino) tu”, in riferimento a un generico interlocutore particolarmente esigente nelle quantità. Entrambe le visioni, quella etimologicamente più esatta e quella ispirata ad altre sfumature della lingua, lasciano comunque pochi margini di dubbio quanto al carattere degli isolani: golosi e poco propensi alla parsimonia. Una dote che li rende, insomma, “generosi” da tutti i punti di vista, dal più grossolano al più nobile.

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