Uno dovrebbe essere un esploratore spericolato, abituato alla distanza e alla piena delle onde. L’altro un prigioniero della propria nostalgia, malinconico spettatore. Ma quelle che sembrano più facce, in realtà, rappresentano un solo volto

Esiste una risposta per i dubbi amletici? Per i quesiti secolari che si reggono drammaticamente sui temi dell’identità, della vita, del tempo? Ogni volta che un tale dilemma ci attraversa la mente, il primo pensiero è quello di prendere una posizione, scegliere una fazione, identificarsi in un modo di intendere l’essere umano piuttosto che in un altro. Talvolta, invece, l’insolubilità della questione ci spinge a rifiutare qualsiasi ulteriore approfondimento: e così ci accontentiamo di fare da spettatori, in attesa che sia qualcun altro a determinare a quale classificazione apparteniamo. Spesso, però, ci dimentichiamo l’esistenza di una terza via, di un approccio differente e maggiormente centrato. I dubbi amletici non sono fatti per essere risolti, ma compresi e interiorizzati. Non per scegliere tra l’essere e il non essere, ma per giungere alla consapevolezza che entrambe le alternative in qualche modo ci appartengono. In Sicilia, da sempre, con il contributo della letteratura, facciamo i conti con una di queste inestricabili dicotomie: il popolo isolano, infatti, suole identificarsi in due categorie ben precise e distinte, ovvero i siciliani di scoglio e quelli di mare aperto.

Fu Camilleri, ad inizio millennio, a donare nuova linfa all’annoso interrogativo. Confessandosi con il giornalista Marcello Sorgi, in La testa ci fa dire, egli si definì un siciliano di mare aperto, capace di abbracciare ampi e lontani orizzonti, navigatore esperto che non teme le correnti di risucchio verso il passato, costruttore di nuove abitudini che compensino le vecchie. Avventuroso, a tratti spericolato, esploratore e colonizzatore dell’ignoto: tale sarebbe il siciliano che non teme di lasciarsi alle spalle la rassicurante conformazione dei confini isolani, di allentare la presa su ogni certezza acquisita, preferendo immergersi nella nebbia vorticosa del domani. Un temerario modello da emulare, sembrerebbe: specie se superficialmente paragonato alla sua controparte, quel siciliano di scoglio abbarbicato ai suoi labili appigli, immobile e ingabbiato in un’eterna simbiosi con la sua terra, e di lei fragile estensione. «Di scoglio sono quelli che se si allontanano dalla Sicilia, il secondo giorno cominciano ad avere delle crisi di astinenza, gli mancano tutta una serie di cose e il terzo giorno devono assolutamente tornare» diceva il papà di Montalbano a proposito di questi isolani, vittime quasi di una beffarda maledizione alla nostalgia, di un molesto tremore che li assale al solo pensiero di imbarcarsi là dove la luce del loro personale faro di speranza si fa troppo flebile. Ma davvero esistono due tipi di siciliano? O il confronto tra i due atteggiamenti è semplicemente una categorizzazione fittizia che descrive la nostra connaturata ambivalenza? L’anima dei siciliani è una. Soltanto troppo variegata per essere confinata ad un’unica definizione. Scoglio e mare si infrangono l’uno sull’altro, ma altresì esistono uno grazie all’altro.

Allo stesso modo le due istanze del cuore siciliano convivono complementari: tutti siamo siciliani di mare quando cerchiamo la nostra felicità in un altrove senza forma, quando malediamo la nostra provenienza e ci illudiamo di poterla condurre all’eclissamento gettandoci a testa bassa in un nuovo luogo, in un nuovo spazio. Siamo siciliani di mare quando la sicurezza ci asfissia e ci sradica, quando il desiderio di conquista prende il sopravvento. Ma siamo, contestualmente, siciliani di scoglio: quando il tragitto ci appesantisce e le impronte dietro di noi cominciano a svanire, quando la vertigine della lontananza ci suggerisce la dolcezza del passato. Possiamo essere in balia delle acque e sentire la solidità di un approdo, oppure fermi all’ombra della nostra rupe e agitati dalla tempesta interiore che ci abita. Così sappiamo sognare il mare dalla cima dello scoglio e al tempo stesso portare con noi quello scoglio nella nostra traversata. Due facce, un solo volto.

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