Un’amica inattesa e silenziosa: le confessioni alla Luna degli
scrittori siciliani

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Da Pirandello a Quasimodo, passando per Sciascia e Camilleri: il candido satellite ha spesso esercitato un’influenza decisiva nell’immaginario letterario degli autori isolani. Fonte di risposte o spalla su cui piangere, compagna fidata o custodia dei nostri desideri più segreti, allo stesso modo in cui guida i pescatori e rischiara l’oscurità, la sua figura ci conduce nella nostra ricerca e illumina la nostra intimità

«Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola, eccola là, la Luna…C’era la Luna! La Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta». Un attimo, breve ma intenso, di fuga dal buio di una miniera asfissiante. Un attimo, giusto il tempo di volgere il naso all’insù: tanto basta al celebre personaggio pirandelliano per imbattersi in una scoperta sensazionale. Lui, umile lavoratore sbeffeggiato dai colleghi per la sua innocenza, lui che incredibilmente non aveva mai conosciuto quel meraviglioso corpo celeste, finisce per diventare il portatore di una conoscenza antica e inestimabile, che gli suscita emozioni inattese e autentiche. C’è, quindi, nell’opera dello scrittore di Girgenti, un misterioso senso di ricerca, un punto di vista trasversale attraverso cui accostarsi alle cose, anche alle più comuni, per trovarvi un serbatoio di risposte esistenziali senza fondo. Singolare, verrebbe da pensare, quanto fascino una inerte e distante massa rocciosa possa avere esercitato su un letterato come Pirandello, immaginato spesso “soltanto” come l’autore delle maschere. Eppure, in questo viaggio con direzione lunare, all’interno dei confini letterari della Trinacria, Pirandello è tutt’altro che solo.

La luna di carta: così si intitola uno dei romanzi di Camilleri che ha come protagonista Montalbano. Motivo? La reminiscenza del commissario in là con gli anni di una sua credenza dell’infanzia dovuta al racconto scherzoso di suo padre. E ancora, in un estratto da Il giorno della civetta (1961) di Leonardo Sciascia, è possibile leggere: «La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità». Infine, anche il poeta modicano Salvatore Quasimodo dedicò dei versi – in occasione del lancio della sonda Sputnik I del 1957 – al candido satellite con la poesia Alla nuova luna. Un’attenzione sistematica, perciò, emerge da questo resoconto, che porta a chiederci: che valore ha la luna per questi scrittori siciliani?

A tratti un faro naturale, una bussola per orientarsi nei meandri sconosciuti dell’esistenza allo stesso modo in cui i pescatori, in mare aperto e lontani dalle luci di segnalazione dei moli, si affidano a lei per ritrovare la rotta. La luna, come uno specchio fatato proveniente da una fiaba, come uno scrigno che cela arditi tesori, racchiude desideri e perplessità, speranze e rassegnazioni di un popolo affaticato come quello siciliano, costantemente a caccia di verità stabili che affievoliscano il suo naturale senso di precarietà e plachino la sensazione di un mondo immotivatamente sofferente. E non è un caso che la luna appaia sempre in contesti dal significato ambivalente: Ciàula si tira fuori dall’inferno delle miniere e piange per aver imparato cos’è la bellezza ma al tempo stesso sa che i suoi attimi di gioia sono destinati a finire; Montalbano, dall’alto dei suoi anni, ricorda con piacere e amarezza i tempi felici dell’essere bambino; in Sciascia la ricerca della verità, trattandosi di un’inchiesta sui mafiosi, nasconde risvolti crudeli e Quasimodo, che da un lato celebra l’ingegno umano che invade lo spazio, dall’altro sembra temere il momento in cui la conoscenza raggiungerà un grado tale da renderci pericolosamente onnipotenti.

Con questa chiave di lettura, la luna, che si può vedere solo di notte e che contrasta l’oscurità notturna, è la torcia che getta luce sui nostri desideri più intimi, sulle nostre paure e sulle nostre aspirazioni più inconfessabili agli altri. Ma agli uomini, tanto più ai siciliani, per lasciarsi andare a sincere confessioni e ricevere un rassicurante conforto basta fare come Ciàula: volgere il naso all’insù e ammirarla, sicuri che, in un modo o in un altro, lei saprà ascoltarci.

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