Quando in Sicilia si rievocano i vecchi tempi, quelli lontani in cui le abitudini quotidiane erano diverse, o quelli riguardanti i propri antenati e perfino la storia più antica della regione, c’è un indicatore temporale che colloca immediatamente la narrazione in un momento ben diverso da quello in cui si parla, ovvero tànnu.

Si tratta di una parola che esiste anche in sardo (nella variante tàndo) e in corso (dove diventa tàndu), per non parlare del lucano tànno o tànnu e del napoletano in cui la ritroviamo scritta tanno, o da alcuni altri tanne. In italiano potremmo tradurla proprio come all’epoca, in quel periodo, o anche solo semplicemente allora.

Non per niente, l’avverbio di diversi dialetti isolani e del Sud Italia condivide con quest’ultima parola la lingua d’origine della sua evoluzione in varie parlate odierne. Sia allora sia tànnu, infatti, derivano dal latino, anche se la prima viene dall’espressione ad illam horam (cioè a quell’ora, in quel momento), mentre la seconda si pensa possa ricondursi al termine tandem, che significa finalmente, infine, dunque.

Per la verità, c’è chi sostiene che la sua radice si trovi piuttosto nel lemma tanto, da intendersi forse come riferimento abbreviato alla locuzione tanto tempo fa, ma fino a oggi sono poche le evidenze della teoria in questione e non è facile vederci più chiaro, specialmente se consideriamo che dall’altro lato la voce tandem ha dato vita poi a vocaboli come dann in tedesco e then in inglese, utilizzati per esprimere guarda caso lo stesso concetto di tànnu.

Piu probabile sarebbe invece l’ipotesi linguistica secondo cui il legame sarebbe sì con un avverbio latino, ma da rintracciare in tandiu anziché in tandem. Stavolta ci troviamo di fronte a un sinonimo di tanto tempo, un così lungo tempo, che dunque potrebbe essere stato facilmente ripreso in numerose parlate locali con un senso affine a quello di partenza. Il dubbio resta ancora vivo e vegeto, come d’altronde l’uso di tànnu nella Trinacria, che per non sbagliare andrebbe sempre accompagnato da una mano portata dietro la testa con il palmo rivolto verso l’orecchio: è così, a prescindere dalla sua etimologia ancora tutta da definire, che i siciliani enfatizzano infatti lo scorrere del tempo, al pari di quanto accade in molte altre aree dello Stivale.

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