Una parola e mille usi:
cinquanta sfumature
per il verbo “ìnchiri”

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L’espressione, che rende l’italiano “riempire”, ha un’origine piuttosto chiara dal punto di vista etimologico, eppure grazie alla sua polisemia riesce a comunicare una grande varietà di significati traslati e idiomatici tipici del nostro dialetto

Ci sono casi in cui una parola apparentemente comune, utilizzata nella parlata di ogni giorno e nemmeno troppo oscura dal punto di vista etimologico, può però arricchire un dialetto con svariate sfumature e con significati traslati e idiomatici. Esempio lampante è costituito in tal senso dalla voce siciliana ìnchiri, che letteralmente equivale all’italiano riempire.

L’origine di ìnchiri è da rintracciarsi al latino implēre, verbo della seconda coniugazione che significa “riempire”. Nel passaggio dal tardo latino al volgare, la parola è passata alla terza declinazione, trasformandosi da implēre a implĕre e cambiando così di accento, in una forma che si è poi mantenuta in diverse aree dell’Italia meridionale e insulare, distinta da quelle centro-settentrionali, e da cui viene lo stesso èmpiere.

Come sempre, comunque, l’interesse di un termine non si riduce ai suoi cambiamenti linguistici nel corso dei secoli, ma anche e soprattutto alla valenza che assume nell’immaginario collettivo popolare e ai rimandi a cui è collegata. Parlando di tempo meteorologico, per esempio, un cielo che si ìnchi sta minacciando pioggia, mentre uno che alterna schiarite a rovesci sta facendo lo ìnchi e sduvàca (cioè, si riempie e si svuota di acqua a intermittenza).

Anche la luna può essere a ghìnciri, cioè tendente a riempirsi, e ciò significa che è nella fase crescente, mentre quando ìnchi è perché sta passando dal novilunio al plenilunio. Si può ìnchiri anche l’acqua, quando si alza il livello del mare, e addirittura la ciumara, cioè la fiumara, e si ìnchi a unu di mangiàri nel momento in cui si invoglia una persona a mangiare in abbondanza, fino per l’appunto a riempirsi.

C’era un tempo in cui si inchièvunu i matarazza, a indicare che si dormiva in materassi di lana, o addirittura i sèggi (cioè le sedie, che solitamente venivano impagliate). Non ne restavano fuori neanche ‘u iàddu, ovvero il pollo farcito, né lo sùrfaru, che all’epoca erano i vagoncini sui quali si caricava lo zolfo in prossimità delle miniere. Eppure, nonostante i tempi siano cambiati, come abbiamo visto il verbo continua a mantenere molte delle sue accezioni traslate.

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