Alle origini di “ammàtula”, l’avverbio siciliano avvolto dalle leggende

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La parola vuol dire letteralmente invano, inutilmente, a tempo perso. La sua etimologia è ancora oggi contesa tra una voce di derivazione greca, una latina e una araba, e le leggende popolari legate alla sua nascita sono originali e curiose

Sono poche le voci del dialetto siciliano che vantano una storia etimologica variegata e controversa pari a quella di ammàtula. L’avverbio tipico del’area palermitana, che include fra sue varianti mmàtula, a mmàtula e màtula, ha infatti un significato arcinoto e ben definito, ma un’origine a dir poco oscura e ricca di leggende popolari. Ma andiamo con ordine.

La parola vuol dire letteralmente invano, inutilmente, a tempo perso, ed è un avverbio diventato celebre di recente nel panorama culturale italiano grazie a una rivista letteraria fondata nel capoluogo siculo e che ha preso proprio il nome di Ammatula. A tutt’oggi non è chiaro se la sua origine sia da ricondurre alla forma greca esi maten cioè inutile, oppure alla radice araba batil, poi evolutasi in debades in catalano, en de bados in occitano e en balde in spagnolo. C’è perfino chi pensa a un’evoluzione dal latino tardo ad mentula, dove mentula indicava l’organo riproduttivo maschile e significava, quindi, a casaccio.

Ancora più originali e curiose sono le leggende popolari legate alla nascita di questo concetto. Secondo una prima versione, il termine deriverebbe da màttula, ovvero cotone, dal momento che anticamente si forniva alle novelle spose un tubo riempito di bambagia, che servisse ad attutire il rumore di eventuali emissioni di gas intestinali durante le prime notti di nozze. Poiché il metodo non funzionava e il tubo si provava ad estendere sempre di più, si prese l’abitudine di dire longu a màtula per riferirsi a un procedimento lungo e accurato, ma sostanzialmente inutile.

Stando a un’altra corrente di pensiero, invece, la parola da prendere in considerazione sarebbe la màtula, cioè una boccetta di vetro usata in epoca medievale dai medici per analizzare le urine dei pazienti e fornire loro una diagnosi. Il metodo con il tempo si rivelò accurato, ma all’inizio i dottori non erano capaci di servirsene come si deve e causavano spesso la morte dei pazienti, che quindi a detta dei parenti parlato a màtula, cioè a un’ampolla che non aveva risolto il loro problema, rendendo vano ogni tentativo di guarigione.

Quale che sia la verità, l’espressione rimane oggi di uso comune in diverse zone della Sicilia e non ha perso nei secoli il suo fascino folklorico e linguistico.

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