Muso lungo e coperta addosso, oppure gambe ben divaricate e sguardo basso. O ancora: braccia lungo i fianchi e occhi persi nel vuoto. ‘A canàzza e ‘u maluvèrsu, in Sicilia, possono manifestarsi con diverse caratteristiche, ma gira che ti rigira la sostanza resta uguale.

Se sentite usare questa espressione dialettale, infatti, ciò che dovrebbe prendere forma davanti a voi è un corpo stanco e svogliato, un viso pigro e senza energie, accompagnati dal desiderio di coricarsi sulla prima superficie orizzontale disponibile per trascorrere qualche ora di dolce far niente.

Magari vi starete chiedendo per quale motivo la Trinacria dovrebbe avere così tante espressioni linguistiche pronte a indicare chi è affetto da un antico cugino dello spleen baudelairiano, dal momento che esiste già il concetto di lagnusìa, il verbo cannaliàrisi e il proverbio ‘U jòrnu nun ni vògghiu e ‘a sira spàddu l’ògghiu, dei quali non a caso ci siamo già occupati.

Ebbene: saprete anche voi che la popolazione eschimese degli yupik ha coniato ben 99 parole per definire altrettante formazioni di ghiaccio diverse. Perché stupirsi, dunque, se una regione del mondo in cui la pennichella è sacra ha un vocabolario piuttosto nutrito per raccontare le sfumature del suo riposo?

Nella Trinacria, dopotutto, lamentarsi non è perfettamente sinonimo di perdere tempo, e sprecare notte e dì non è un detto paragonabile fino in fondo a quella forma di noia esistenziale che affligge, appunto, chi si sente pervadere dalla canàzza e dal maluvèrsu di cui ci occupiamo in questo articolo.

La seconda parte del sintagma è facilmente comprensibile anche a chi non ha molta dimestichezza con il siciliano, poiché corrisponde in modo piuttosto intuitivo a quella che in italiano definiremmo la luna sorta, cioè un verso cattivo, sbagliato di fare le cose, con un certo malumore indolente di fondo.

Quanto alla prima, forse a prima vista meno cristallina, vi stupirà forse sapere che consiste in un dispregiativo: potremmo renderlo come cagnaccia, ma senza sfumature offensive o sessiste di sorta. Il riferimento, infatti, è solo a quei cani che si adagiano per terra sonnecchiando, e a cui viene aggiunto il suffisso –azza (cioè –accia) perché il loro comportamento improduttivo non è certo da prendere a modello.

Quanto al genere femminile, nel caso specifico la ragione è presto detta: ‘u canàzzu nell’isola è un’antica ricetta a base di verdure e ortaggi stufati, così chiamata perché è grossolana negli ingredienti – proprio come lo sarebbe, ancora una volta, un cane poco esemplare nei modi, tant’è vero che fare qualcosa a canàzzu significa farla con una certa approssimazione.

Per non confondere il mondo culinario e raffazzonato con quello di chi batte la fiacca, quindi, quest’ultima in Sicilia è sempre di genere femminile, e a quel punto il maluvèrsu non può che accompagnare…

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