Noto ma non troppo:
con che ingrediente è
condito realmente
“u pani c’a mèusa”?

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Il significato originario di questa icona dello street food, come d’altronde lo è anche quello dell’italiano contemporaneo, è simile in tutti i casi citati ed è riconducibile a milza. Ma sappiamo davvero come viene realizzato e cosa contiene? E che altri significati assume questa parola nel nostro dialetto?

Se vivete a Palermo o se vi è capitato di passare anche solo qualche ora nel capoluogo di regione siciliano, non potete non esservi imbattuti nel celebre pani c’a mèusa, una specialità dello street food locale che è diventata iconica in tutto il mondo. Alcuni la scambiano per interiora di agnello bollite, a cui poi viene aggiunto del caciocavallo. Invece, la mèusa in realtà è un composto che include milza, polmone e trachea di bue, i quali vengono prima bolliti e poi fritti nello strutto. Ma perché una simile pietanza a base di carne si chiama così e da dove deriva il termine?

Le forme mèusa e mèuza deriverebbero, stando alla loro etimologia, da una commistione fra l’antica parola germanica mīlzi e il corrispettivo in catalano, melsa, che dunque sostituisce la “i” alla “e”. Di origine più strettamente germanica sono, invece, le altre varianti in dialetto siciliano, diffuse per lo più nell’area orientale e settentrionale: mìusa, mìvusa o ancora miza. Il significato originario, come d’altronde lo è anche quello dell’italiano contemporaneo, è simile in tutti i casi citati ed è riconducibile a milza, parte costitutiva imprescindibile della ricetta di cui stiamo parlando.

Tuttavia, il siciliano non sarebbe la lingua affascinante alla quale siamo abituati, se non ci riservasse come sempre qualche sorpresa. Perciò, bisogna prestare attenzione se ci si imbatte nell’espressione fari la mèusa, che a differenza di quanto potrebbe sembrare non significa preparare questo piatto popolare, bensì prendere in giro, burlare qualcuno. Per non parlare dell’accezione che il termine assume se utilizzato come aggettivo: una persona mèusa, infatti, non è altro che pigra, lenta, addirittura un po’ unticcia.

Come se non bastasse, nei libri di Andrea Camilleri la mèusa appare perfino in qualità di “antico berretto provvisto di una larga falda posteriore”, come non per niente è attestato nel Vocabolario Siciliano di Piccitto-Tropea-Trovato e come viene spesso usato nella parlata quotidiana delle province di Messina, Catania e in parte Siracusa, per via del fatto che la forma del cappello ricordava proprio quella della milza.

La prossima volta che mangerete a Palermo, non perdetevi questa prelibatezza dalla storia tanto curiosa!

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