Questo contributo è parte di un dibattito scaturito dalla pubblicazione di una lettera aperta del rettore dell’Università di Catania, all’indomani di un tragico evento che ha coinvolto uno studente dell’Ateneo. In questo 2020 i più fragili tra di noi,  dentro e fuori il contesto universitario, rischiano di perdere la speranza nel futuro. Da dove ripartire?

I lettori possono intervenire con le loro lettere, che verranno pubblicate sul nostro sito, inviandole all’indirizzo redazione@sicilianpost.it

Ringraziando la vostra redazione per l’attenzione posta sulla lettera  aperta del rettore dell’Università degli Studi di Catania, Francesco Priolo, mi permetto di reagire offrendo un piccolo ulteriore contributo alla inedita e quanto mai urgente riflessione avviata, partendo dal punto di osservazione nel quale mi trovo a vivere e lavorare quotidianamente. Il lettore mi scuserà se ricorrerò – forse abusando – a riferimenti autobiografici. Ma forse se qualcosa potremo ancora imparare da questa misteriosa vita, tutto ciò non potrà che accadere, più che dal sussumere teorie astratte e riflessioni sociologiche – non me ne vogliano gli esperti sociologi – attingendo all’esperienza personale unica e irripetibile di ciascuno, patrimonio molto spesso reso inerte per distrazione e forse ancor più per errore di prospettiva.

Sono padre di quattro figli e insegnante di liceo di uno degli Istituti di scuola secondaria di secondo grado della nostra amata città, Catania. La sfida educativa è il mio pane quotidiano. Nel senso che letteralmente la frontiera educativa è qualcosa che al tempo stesso affama e sfama la sete di utilità che da sempre accompagna la mia esistenza.

Dichiaro da principio che ho avuto la “fortuna” di incontrare nel mio percorso di studi il prof. Priolo, allora giovane docente del dipartimento di Fisica e Astronomia, oggi professore e ricercatore navigato e rettore del nostro Ateneo. Quell’incontro, ma questo lui non può di certo saperlo visto che non glielo ho mai apertamente confessato e da allora non ci siamo mai più incrociati, ha radicalmente segnato la direzione professionale della mia vita. Mentre ci conduceva per mano con ferrea razionalità e rigore linguistico – secondo la ben nota formula di San Tommaso dell’adequatio rei et intellectus– addentrandoci nei meandri della fisica dei semiconduttori, io lo spiavo, e sbirciandolo restavo calamitato da una certa vibrazione dello sguardo con cui ci comunicava la passione per quel piccolo frammento di realtà: le giunzioni p-n, una quisquiglia al cospetto della trama dei problemi di cui è intessuta l’esistenza di un uomo. In quel frammento si apriva per me l’orizzonte dell’universo. Probabilmente in questo irrisorio episodio autobiografico, si condensa l’idea originaria da cui ha preso le mosse l’università (uni-versitas) come concepita nel medio evo e oggi almeno parzialmente smarrita. In un giovane studente, quale ero allora, il fatto di poter partecipare e beneficiare di quella “tradizione vivente”, ebbe la forza detonatrice di far esplodere in me il sano desidero di imitazione. Più che un “progetto etico e culturale”, e qui riprendo a piene mani la lettera del Magnifico, ciò che allora aprì in me una breccia, fu trovarmi davanti un uomo vivo, che ardeva di passione per il frammento di realtà con cui si trovava a trattare.

Allora la prima domanda che mi suscita la lettura di questa appassionata lettera del rettore è: cosa fa di un uomo un uomo vivo? Questa domanda la rivolgo a me stesso e mi permetto di condividerla con voi tutti.

La passione di un uomo, ahimè, non si costruisce commissionandola a dei progettisti, sebbene magari dotati di grande expertise. Prendiamo la scuola per esempio. Uno dei malanni del nostro sistema scolastico è la “progettite”. Credo che su questo molti colleghi converrebbero con me. Forse non tutti. Poco importa. Si vuol sopperire alla passione ormai smarrita della professione con progetti, anche nobili, per carità. E’ necessario e soprattutto sufficiente un progetto per fare un uomo vivo, specie in un tempo, che come lo stesso Rettore denuncia è un tempo di grande incertezza?

La prima “grande opportunità” in questo periodo di crisi e profonda incertezza, così la definisce il professore nella lettera, a me sembra quella di esserci resi conto che, in un tempo di cambiamento d’epoca come quello che ci troviamo a vivere, la tenuta di un sistema non può che radicarsi su persone vive, cioè uomini e donne presenti al “presente”, amanti dell’istante perché portatori di una stima per ciò e soprattutto per chi si ha davanti, come il prof. Priolo mi ha sempre documentato durante le sue interessantissime lezioni. Chi vive sospeso all’istante, a quel che accade ora, con attesa, speranza e curioso della circostanza data, perché forse segretamente ne avverte la promessa di bene, si trova a progettare sempre, disponibile a cambiare rotta quando la circostanza lo esige, cercando sempre compagni di strada con cui vivere la costruzione della vita. Questo è il compito che ci aspetta. E di certo non si tratta di un compito individuale ma comunitario. Per educare un bambino, si sa, occorre un villaggio. Siamo tutti chiamati in causa.

Il tempo che stiamo vivendo con tutte le difficoltà che impone costringe tutti a riandare alle profonde ragioni del nostro impegno quotidiano. Perché impegnarsi in una costruzione comune? Perché vale la pena educare? Perché un ragazzo dovrebbe poter sperare sul futuro, come giustamente propone e invita il rettore? Non siamo così ingenui da pensare che regga il refrain gridato mesi fa dai balconi: ”tutto andrà bene”. E se tutto andasse male? Varrebbe la pena comunque ricostruire? Perché? Cosa resiste quando tutto crolla?

Questa è forse la grande occasione da non perdere in questo tempo: dare spazio a queste fondamentali domande attorno a cui riflettere insieme, narrarsi, ascoltarsi e rischiare strade nuove, costruendo luoghi dove si possa ricominciare ad esercitare pensieri “lunghi” anche se incompiuti.

Concludo questo mio lungo intervento, rinnovando il mio sincero ringraziamento alla vostra redazione e al nostro Rettore per l’occasione preziosa di riflessione su una questione così cruciale. Mi auguro che questo “processo” appena avviato prosegua e si arricchisca di altri contributi.


Il dibattito:

La fragilità al tempo della pandemia e la lettera aperta del rettore Priolo

Francesco Riggi: di fronte alla tragedia rilanciare l’Università come luogo di alleanza tra le generazioni

Lorenzo Rapisarda: solo i rapporti umani autentici ci sottraggono alla disperazione

Elena Ardita: Saper condividere può fare la differenza: solo così nessuno rimarrà indietro

Giuseppe Di Fazio: Insegnare non basta, dobbiamo prenderci cura dei nostri studenti

Alfonso Ruggiero: Vivere l’istante per costruire il futuro: la grande scommessa a cui siamo chiamati


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