Alla scoperta
del “capuliàtu”:
la conserva siciliana
dalla storia “gustosa”

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Prodotto in particolare nell’area di Vittoria, in provincia di Ragusa, è costituito da una conserva a base di pomodori secchi, a cui vengono aggiunti olio, origano, aglio e aromi vari. Oggi è apprezzatissimo e infatti lo si trova dappertutto, ma questo sfizioso condimento ha un’origine più antica di quanto si pensi

Non è la prima volta che nella nostra rubrica finiamo per parlare di cucina: in senso stretto, infatti, abbiamo cercato di risalire agli albori della cassata siciliana, abbiamo indagato i dettagli del tipico pani ‘ca meusa palermitano e abbiamo sfatato alcuni miti sul curioso falso magro, per poi tirare in ballo anche cacòcciula, mènnuli e cabassìsi per via dei loro significati traslati e delle metafore a cui hanno dato vita. Oggi non facciamo eccezione e ci occupiamo di indagare le peculiarità e l’etimologia del capuliàtu.

Prodotto in particolare nell’area di Vittoria, in provincia di Ragusa, questo condimento tradizionale, diffusosi presto nell’intera isola, è costituito da una conserva a base di pomodori secchi, a cui vengono aggiunti a seconda dei gusti e della fantasia di chi lo prepara olio, origano, aglio, basilico ed eventuali altri aromi. La marinatura dà così come risultato una salsina di colore rosso scuro dal sapore pronunciato e spesso piccante, che viene conservata sott’olio in barattoli di vetro  e che diventa perfetta da spalmare sul pane o da servire come accompagnamento per pietanze della tradizione popolare.

Una ricetta tipica della dieta mediterranea, insomma, che ha fatto presto a riscuotere successo nel resto del Paese, tant’è che ormai la sua preparazione si può imparare anche seguendo le istruzioni presenti in svariati siti internet nazionali. La sua origine, però, è ben più antica di quanto si possa immaginare ed è attestata linguisticamente addirittura nel latino volgare, in cui esisteva per l’appunto la voce capulare con il significato di “fare a pezzettini”.

Da lì, la radice si è poi evoluta nel verbo aragonese capolar, poi rimasto identico nel catalano e nello spagnolo castigliano. Ancora oggi, quindi, tanto nell’area iberica quanto in quella sicula il termine fa riferimento all’atto di ammorsellare – motivo per cui non è un caso che nella Trinacria si riferisca anche a uno specifico tipo di carne triturata (la capuliàta, per l’appunto). Un sapore caratteristico che va di pari passo con un’origine culturale altrettanto “gustosa”.

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