Celebrare importanti ricorrenze come il centenario della nascita di un grande scrittore porta spesso con sé il rischio di scadere in una facile retorica. Fortuna che Leonardo Sciascia da Racalmuto, fin da quell’8 gennaio 1921 che lo ha visto nascere, con la retorica ha sempre rifiutato di venire a patti. E su questa medesima scia, sul riverbero ancora tremendamente ingombrante della sua intransigenza intellettuale siamo obbligati a muoverci se vogliamo coglierne la grandezza. Quella di un uomo che dai cantucci riservati e familiari del proprio paesino ha saputo portare alla luce con maestria le inquietudini del proprio tempo non soltanto su un piano appena politico o sociale (sebbene in questi ambiti i suoi meriti siano enormi), ma soprattutto esistenziale, umano. Le stesse inquietudini oggi affliggono e confondono anche noi contemporanei, che alla voce quasi profetica e senza mezze misure di Sciascia sentiamo di dover risalire con fervore e riconoscenza sempre crescenti. È un irriducibile rigore morale dinanzi alla complessità della vita e della storia, un sano e incrollabile amore per la verità, o per ciò che quantomeno gli si avvicina, quello che più permane dell’eredità sciasciana. Un lascito che, al di là della Sicilitudine, dell’Illuminismo e di tutte le altre definizioni a partire dalle quali lo si vuole sintetizzare, è prima di tutto un monito a vigilare affinché l’opportunità di credere in qualcosa sia sempre una scelta e non un’imposizione. E questo, insegna Sciascia, non potrà mai essere in discussione. Nemmeno tra altri cento anni.


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